Di Pietro al Viminale: «L’errore c’è stato coprirlo è un’omertà»

Bossi minaccia di «imbracciare i fucili: la canaglia romana vuole impedire il voto». E Veltroni lo attacca: non può fare il ministro

da Roma

Antonio Di Pietro non ci sta, e continua a caricare a testa bassa contro la scheda elettorale preparata dal Viminale, e a reclamarne una ristampa corretta.
Una scheda che «non dà una corretta informazione» sui simboli e «sull’esistenza di due coalizioni nette e chiare», e che Giuliano Amato sbaglia a difendere: «La verità - sostiene l’ex pm - è che qualcuno del ministero dell’Interno ha commesso un errore, umanamente comprensibile. Ma non si pretenda di avallarlo comunque e a tutti i costi». A Di Pietro «dispiace» di dover «contraddire» il collega di governo, ma «non bisogna giustificare un errore commesso con la scusa che le schede elettorali sono uguali alle votazioni precedenti». Anche perché, denuncia il ministro delle Infrastrutture, «gli stessi spot governativi che stanno andando in onda in tv mostrano una scheda con i simboli in verticale», dunque diversa da quella del 13 aprile.
Di Pietro se la prende anche con gli alleati del Pd e con gli altri partiti che non appoggiano la sua denuncia: «Ho parlato con tutti, e tutti in privato mi danno ragione, ma poi in pubblico mantengono un omertoso silenzio». Si tratta di «ipocrisia politica», per la quale i dirigenti Pd devono «far finta di stare dalla parte della propria forza politica anche quando sbaglia». Già, il fatto è che al Viminale siede un esponente di rilievo del Pd come Amato, che ha seccamente respinto le contestazioni e le richieste di modifica avanzate da Berlusconi. E dunque ai suoi colleghi di partito tocca difenderne l’operato, al di là delle opinioni che «in privato» hanno espresso con Di Pietro.
Ufficialmente, insomma, oltre a Di Pietro solo il centrodestra protesta per le schede. La Lega Nord ha scelto la linea più dura, con il leader Umberto Bossi che ha minacciato di «imbracciare i fucili» contro «la canaglia centralista romana che sta facendo apposta a impedire il voto». Frasi che il candidato premier del Pd Walter Veltroni ha usato per polemizzare con Silvio Berlusconi, al quale ha chiesto «se uno che dice queste parole può essere chiamato a fare il ministro delle Riforme».
Il numero due del Pd, Dario Franceschini, ammette che la scheda elettorale contestata da Berlusconi «è molto brutta, e rischia di confondere» le idee a chi va a votare. Ma la colpa non è certo del Viminale, assicura: «È un altro dei tanti frutti avvelenati della legge elettorale, la porcata di Calderoli». Nel frattempo, però, il leader del Pdl racconta che sarebbe stato proprio il vicesegretario del Pd a sollevare il problema della scheda, in una telefonata fatta a Gianni Letta. E Franceschini ammette: «Non c’è nessun mistero: nei giorni scorsi ho avuto uno scambio di opinioni telefonico con Letta, com’è normale anche tra avversari politici, su quello che tutti possono vedere». E cioè che quella scheda «rischia di confondere». Poi, racconta ancora, «ne ho parlato con Amato, che ieri ha spiegato bene che il ministero non poteva che applicare la legge». Dunque, questione chiusa per quanto lo riguarda: «È chiaro che Berlusconi, con l’iniziativa di scrivere al capo dello Stato sollevando il caso ha già trovato a cosa dare la colpa di un’ormai vicina sconfitta», assicura Franceschini. Le ragioni del Pdl le ha ribadite Giulio Tremonti: «Ristampare si può e si deve».