«Di Pietro è un voltagabbana Rinnega il “suo” referendum»

Dica la verità, professor Giovanni Guzzetta. Quale presidente del comitato promotore del referendum lei non l’ha proprio mandato giù il voltafaccia di un referendario doc, della prima ora, come Antonio Di Pietro?
«Di Pietro ha avuto un comportamento assolutamente inqualificabile dal punto di vista umano, civile, dell’etica pubblica. Per due anni è stato per il Sì, poi s’è messo a cavalcare il No. Abbiamo assistito a una vicenda che è un’offesa a tutti coloro che hanno firmato ai banchetti dell’Idv contando sull’impegno assunto dal partito e dal suo leader. Io apprezzai pubblicamente la scelta iniziale di Di Pietro di appoggiare il referendum perché era una opzione controcorrente, coraggiosa, da parte di un piccolo partito che decideva di immolare se stesso per una causa giusta. Poi però, all’improvviso, Di Pietro ha rinnegato tutto come se nulla fosse, dimenticandosi che lui è un giurista e non può far finta di non aver capito cosa stava facendo, cosa firmava e chiedeva di firmare».
Di Pietro non è nuovo a dire tutto e il contrario di tutto. Sul referendum cosa può averlo davvero convinto a tradire se stesso?
«Due sono i motivi a mio avviso. Il primo è che nel momento in cui Berlusconi ha detto che avrebbe sostenuto il referendum, il paladino dell’antiberlusconismo s’è rimangiato tutto quel che aveva sin lì costruito, dimostrando un’enorme debolezza politica. Nel momento in cui un avversario, qualunque esso sia, viene sulle mie posizioni, io devo rafforzarle le mie ragioni, non devo cedere e scappare via».
Il secondo motivo?
«È legato a una competizione dentro il centrosinistra, contro il Pd che invece sostiene il referendum, che consente a Di Pietro di cavalcare i mal di pancia in quell’area per rosicchiare un po’ di voti per le Europee. Un opportunista. Quel che ha fatto quest’uomo non ha precedenti. Anzi no, c’è De Mita nel 1991, che prima sostenne il referendum sulla preferenza unica e poi in extremis disse che era una cosa inutile. Ma Di Pietro è andato oltre, molto oltre...».
In che senso?
«Quando Antonio Di Pietro arriva a dire che chi sostiene il referendum persegue l’obiettivo della P2, oltre a dire una cosa autolesionista (proprio lui ha sostenuto il referendum per due anni) dice una cosa falsa perché la legge elettorale immaginata da Licio Gelli era un modello tedesco e non certamente di tipo britannico come noi immaginiamo, oppure americano o francese. Di Pietro non può fare certi giochetti. Nessuno si può permettere di attribuirci intenzioni sovversive. Siamo alla barbarie della politica, è inaccettabile e vergognoso».
Con questo referendum, una gestione «personalistica» del partito alla Tonino, verrebbe ridimensionata?
«Diciamo che in Italia esiste un problema generale relativo alla democrazia interna, alla trasparenza, ai finanziamenti pubblici. Il referendum dà un segnale su questo piano: il modo di funzionamento dei partiti dipende da come funzionano le istituzioni. Se queste, per colpa del sistema elettorale, funzionano in modo centralistico, oligarchico, sul modello della cooptazione in cui ci sono due o tre persone che decidono per tutti, non si va da nessuna parte. Nei partiti c’è un problema di legalità interna, nessuno può entrare a vedere cosa succede...».
Ogni riferimento a Tonino è puramente casuale...
«(risata) I partiti devono essere più trasparenti, le rendicontazioni gridano vendetta, abbiamo un sistema di finanziamento scandaloso».
E Di Pietro s’è rimangiato tutto.
«Non parlatemi più di quello lì. Ricordo questa sua frase, chissà se la ricorda pure lui: “Per noi la partecipazione al referendum significa mettere in gioco la nostra stessa esistenza”. Se gli elettori di Di Pietro venissero correttamente informati sul referendum del 21 giugno accorrerebbero in massa alle urne...».PB-GMC