Il pifferaio magico diventato la divinità dei supermercati

Prometeo fu condannato da Zeus a essere incatenato per l’eternità sul Caucaso, dove due avvoltoi gli avrebbero mangiato ogni giorno il fegato, destinato a ricrescere ogni notte. Blake, il protagonista di L’allegra compagnia del sogno di James Graham Ballard (Fanucci Editore, pp. 288, euro 16, traduzione di Luca Briasco - in libreria da oggi), si ritrova all’inizio del libro, ma alla fine della sua avventura, ferito, al centro della cittadina di Shepperton, nei pressi di Londra, in compagnia di moltissimi condor: «Solo i condor resteranno con me fino alla fine. Due di questi grandi rapaci mi stanno guardando proprio ora dalla copertura in cemento del parcheggio... Come tutti gli uccelli, danno la sensazione di potermi attaccare in qualsiasi momento, eccitati dalla ferita sul mio petto, non ancora rimarginata».
La colpa di Prometeo, agli occhi degli dei, fu di aver donato agli uomini il fuoco. Blake non è stato punito dagli dei, ma è rimasto indietro di sua scelta, «certo che un giorno sarebbero venuti a prendermi».
In realtà l’approdo a Shepperton di Blake, a bordo di un Cessna rubato all’aeroporto in cui ha trovato lavoro come addetto alle pulizie, è del tutto casuale: quella fuga è solo l'ennesima da parte di un venticinquenne consapevole che «l’ultimo decennio della mia vita è stato una catastrofe ripetuta». Impadronitosi d’impulso del piccolo aereo, Blake riesce a precipitare nel Tamigi, a Shepperton appunto, sotto gli occhi di una curiosa combriccola: una giovane dottoressa; la madre di lei, anziana e un po’ svanita; tre ragazzini handicappati; un prete con la passione per l’archeobiologia; il proprietario di un luna park e di uno zoo scalcinati.
Riemerso miracolosamente dopo più di dieci minuti sott’acqua, Blake si ritrova prigioniero della cittadina: ogni tentativo di andarsene (a piedi, in treno, in pullman, in barca) è frustrato. Occorre che Blake sogni di trasformarsi in un enorme condor, capace di convocare in volo tutti gli abitanti della cittadina, per rendersi conto della sua missione: diventare una specie di messia pagano per i cittadini di Shepperton, convincerli, come dice il prete citando Dick, che «non sei tu, Blake, a essere vivo, ma che noi siamo morti».
Da quel punto in poi, come un pifferaio magico o uno sciamano, Blake diventerà «il dio pagano del loro sobborgo, la divinità che vegliava su tutti quegli apparecchi televisivi e quegli elettrodomestici». All’inizio imprigionato a Shepperton, come Ovidio «bandito in un porto remoto del Mar Nero, con il diritto di chiedere alle pietre sulla spiaggia di cantare per me», in maniera progressiva Blake diventa sempre più consapevole dei suoi poteri: «come Artù ad Avalon» può guarire gli infermi con il suo sangue, far nascere fiori e piante al suo passaggio, «insegnare alle anime di questa cittadina a volare».
Scritto nel 1979, ma pubblicato in Italia solo ora, L’allegra compagnia del sogno è un romanzo che riassume e contiene tanti temi preferiti di Ballard. C’è la piccola cittadina inglese, in apparenza linda e ordinata, ma pronta a sfaldarsi all’emergere degli istinti primordiali dei suoi abitanti. La fascinazione per l’acqua: Blake muore e rinasce nel fiume perché la sua forza «era alimentata dalla potenza invisibile dei grandi oceani, giungeva intatta fino alla vena secondaria di questo modesto fiume».
E ancora, i centri commerciali come nuove cattedrali, luoghi di culto della recente religione del consumo, in questo caso incrociata con quella del nuovo messia: «Accortesi della mia presenza, un gruppo di donne di mezza età cominciò a costruire un cerchio di altari in mio onore nel centro commerciale. Fuori dal supermercato sistemarono una piramide di fustini di detersivo e allestirono un tabernacolo in miniatura usando lavatrici e televisori».
Se William Blake, a cavallo tra Sette e Ottocento, celebrava il matrimonio del cielo e dell’inferno, il Blake di Ballard è sorto a «celebrare l’ultimo matrimonio dell’animato con l’inanimato, dei vivi con i morti».