Pigneto, è di sinistra il picchiatore "nero"

Dopo le proteste contro &quot;l'ondata nazifascista&quot;, il capo del raid contro i negozi di immigrati si consegna in questura: è un uomo di 48 anni, con il mito di Che Guevara. <strong><a href="/a.pic1?ID=265182">Meloni</a></strong>: &quot;Nuova violenza più feroce&quot;

Roma - «La politica non c’entra un cazzo, non c’entra il razzismo, c’entra il rispetto» ha ripetuto sul portone di San Vitale dopo due ore di deposizione negli uffici della Digos su quelli già passati alla storia dell’antifascismo militante e imperituro come «i fatti del Pigneto». Felpa e tuta un po’ coatta, forte accento romano, capello corto e brizzolato da sano 48enne, Dario Chianelli ha sollevato nuovamente e con orgoglio la manica esibendo il viso del Che tatuato sull’avambraccio, prova provata che non è di destra e nemmeno di centro. E ha confermato che sì, è lui l’uomo con la Lacoste rossa fotografato di spalle mentre par che diriga il raid di sabato scorso contro un paio di locali del Pigneto gestiti da bengalesi. Ma non c’entra un piffero la xenofobia, il nazifascismo, la paura del diverso, la difesa del territorio e dell’identità nazionale, la nostalgia di una Roma de noantri che va scomparendo per tingersi di maghrebino, cingalese, colombiano e senegalese. Levantino no, perché Roma lo è sempre stata levantina, anche quando gli immigrati erano burini scesi da Frascati. Trattasi di «giustizia fai da te», senza neanche la scappatoia di prendersela con «lo Stato che non c’è» o «l’emergenza sicurezza», perché nei quartieri popolari - non solo della città eterna - certe cose si sono sempre regolate così. Il negozio «dell’infame bugiardo indiano» è stato devastato perché non ha mantenuto la promessa di far restituire almeno i documenti di un portafoglio rubato. L’altro, l’alimentari aperto anche di notte e preso d’assalto dai «pischelli» mentre Chianelli cercava di fermarli, «annatevene da lì, a rincojoniti!», sì, quello visitato dal sindaco Alemanno in visita di scuse, l’aveva fatta franca in tribunale un anno fa pur se spacciava e «teneva la droga sotto er sacco dei ceci».

Bum, con un botto clamoroso è caduto miserevolmente il più orgoglioso castello di carte innalzato dai professionisti del progressismo, dai difensori dei diseredati a tanto al chilo, dagli orfani dell’antifascismo, da chi ha bisogno di aver sempre un nemico cattivo per sentirsi vivo e giusto. La cappa di piombo che opprimeva Roma s’è liquefatta ieri mattina con il lungo racconto di Chianelli che Repubblica titolava come un grido liberatorio; «Al Pigneto sono stato io, non chiamatemi razzista. Sono di sinistra, basta schifo nel quartiere». Il giocattolo s’è rotto: invece del bau bau, del feroce picchiatore nazifascista, c’è soltanto un guappo di sani principi, un rodomonte di periferia che s’era impegnato con la ex moglie a farle riavere, se non i 200 euro, almeno i documenti rubati giovedì col portafoglio. Come aveva promesso, Chianelli s’è presentato in questura a mezzogiorno, ha confermato pari pari il suo racconto, da uomo d’onore continuando a sostenere che la «quindicina di ragazzi del quartiere, tutti incazzati e bardati», se l’è ritrovati al fianco con sua gran sorpresa, «io non li conosco, ma mi dicono che sono tutto tranne che fascisti, per quanto ne so si fanno il culo dalla mattina alla sera». Vittorio Balzani, l’avvocato che ieri lo accompagnava, conferma: «C’è stato un discorso molto corretto tra questura, legale e assistito», finito sul registro degli indagati.

Le svastiche? Nemmeno una, nessuno le ha viste, se l’è sognate una fantasiosa giornalista. L’Unità che titolava «fermiamo l’odio razziale»? Un monumento alla vigilanza democratica. Il Tg1 che costruiva approfondimenti, dibbbattiti e illuminate interviste? Il meglio dei direttori vien fuori agli ultimi fuochi. La Sapienza inondata di tazebao «contro i nuovi fascismi»? È ormai lontano il Sessantotto, figurarsi la Resistenza. L’allarme dei magistrati per «l’odio politico e la xenofobia»? Siderea giustizia... E Veltroni che tuonava, Alemanno che si difendeva, botte all’università come ai bei tempi.

Senza giocattolo, e ancor più senza Moloch da esorcizzare, non è facile vivere. Non stupitevi dunque se Veltroni insiste contro il «clima di intolleranza e xenofobia che non va bene», perché «ciò che ha tatuato sul braccio un responsabile dell’aggressione conta poco». Tanto meno la verità può scalfire le certezze di Paolo Cento, er Piotta, che deduce semplicemente come «l’intolleranza ha fatto breccia anche a sinistra». Dillo ai granitici di Sinistra critica, che «per reagire al clima razzista», stasera proiettano al Pigneto il documentario «Nazirock».