Il Pil sale, il deficit no: l’Istat certifica l’eredità del governo Berlusconi

Il prodotto interno lordo è cresciuto dell’1,9%. Baldassarri: è la prova che l’economia non era allo sfascio. Così la Cdl replica al governo per l'esultanza a causa del deficit peggiorato

Roma - Il deficit peggiora ed il governo esulta. Apparentemente un paradosso. Ma non è così. In termini nominali, il deficit del 2006 - ufficializzato dall’Istat - è stato pari al 4,4% del pil, a fronte di un rapporto del 4,1% nel 2005. In realtà, a condizionare pesantemente i conti pubblici dello scorso anno è stata la scelta di Romano Prodi e di Tommaso Padoa-Schioppa di scaricare su un unico esercizio (quello passato) due punti di pil di maggiori spese (quasi 30 miliardi di euro), che si sarebbero potute diluire su più anni. E si tratta di quasi 16 miliardi di onere della sentenza Ue sull’Iva delle auto; di 13 miliardi dei mutui contratti da Infrastrutture Spa per finanziare gli investimenti Fs; e di 734 miliardi di cartolarizzazione dei crediti Inps in agricoltura.
Senza queste spese una tantum - volute per ragioni politiche e non tecniche dal governo - il deficit 2006 si sarebbe fermato al 2,4%, dal 4,1% del 2005. Vale a dire, ampiamente entro il tetto del 3% europeo. «Si è risanato molto ed in breve tempo», commenta soddisfatto Guglielmo Epifani. Ma la correzione correzione del deficit operata da questo governo è stata dello 0,1%, arrivato con il decreto del luglio scorso. Il risultato positivo del miglioramento dei conti viene dalla applicazione della legge finanziaria in vigore dal 1° gennaio 2006, firmata da Silvio Berlusconi e da Giulio Tremonti. E dalla crescita economica che ha favorito il gettito.
Sempre l’Istat ha comunicato che la crescita del pil nel 2006 è stata pari all’1,9%. «C’è stata un’inversione di tendenza», osserva la presidenza del Consiglio. «I conti pubblici hanno beneficiato di una ripresa congiunturale superiore al previsto. Ma questo non autorizza ad abbandonare la disciplina di bilancio necessaria per il graduale azzeramento del deficit e la riduzione del debito pubblico», aggiunge il ministero dell’Economia.
Poi Prodi rileva che «in assenza di oneri straordinari il rapporto deficit/pil sarebbe sceso abbondantemente sotto il 3%». Osservazione che manca nella nota nel ministero dell’Economia. In compenso, il ministro rivela che i conti pubblici italiani registrano «un afflusso di entrate che fa intravvedere, oltre alla componente congiunturale, un miglioramento strutturale della disciplina di bilancio». Miglioramento che si ritrova anche nel dato di fabbisogno di febbraio. È stato di 6,5 miliardi. Nel primi due mesi dell’anno, il deficit di cassa è stato di 7,8 miliardi, contro i 9,5 del 2006. A determinare il buon andamento, ancora una volta l’andamento delle entrate. Al punto che Padoa-Schioppa riconosce che il maggior gettito entrato nelle casse dello Stato è «strutturale». Ed è frutto - ma questo non lo dice - della politica fiscale condotta nella precedente legislatura. Risultato raggiunto pur in presenza di aliquote fiscali ridotte. Infatti, nonostante le aliquote Irpef, Ici, Ires fossero nel 2006 più basse rispetto a quelle aumentate dalla legge finanziaria, la pressione fiscale complessiva è salita al 42,3%.
Indignato con il presidente del Consiglio, Mario Baldassarri. Il senatore di An, ex viceministro dell’Economia, ritiene che la politica economica del governo sia fondata sulla menzogna. «La crescita del pil dimostra come l’economia era già in ripresa ed in crescita nel 2006 e non allo sfascio come ci hanno raccontato per mesi per giustificare una Finanziaria di lacrime, sangue e tasse».
Ma la positività del dato Istat riguarda anche l’avanzo primario: il vero indicatore che misure la riduzione del debito. Senza le maggiori spese che nominalmente appesantiscono il deficit 2006, anche l’avanzo primario sarebbe stato del 2,2%, contro lo 0,2%, segnalato ufficialmente dall’Istat.
«Adesso il governo mantenga l’impegno di portare il deficit di quest’anno sotto il 3%», osserva il portavoce di Almunia. Ed anche alla luce dei risultati di ieri è probabile che il 2,8% previsto possa scendere al 2,4-2,5%. «I segnali sono positivi. Ora l’Italia dovrebbe sfruttare questa fase positiva per andare avanti con le riforme», commenta il Fondo monetario.