Il Pil Usa crolla, ma le Borse non si spaventano

Wall Street non si è spaventata. E nemmeno le Borse europee. Eppure il dato sul Pil Usa del primo trimestre, diffuso ieri dal dipartimento al Commercio, mostra come l’America sia partita nel 2009 con il piede sbagliato, lo stesso usato per gran parte dell’anno scorso, quello della crisi più nera dal dopoguerra. Comunque la si voglia interpretare, una contrazione della crescita del 6,1% non può passare inosservata e rischia di seminare qualche dubbio sulle capacità taumaturgiche di Barack Obama. Soprattutto se va a sommarsi al -6,3% del periodo ottobre-dicembre 2008 e al -0,5% accusato tra luglio e settembre, dando forma a una striscia negativa lunga tre trimestri che non si vedeva dal 1975, quando ancora il mondo soffriva i postumi del primo choc petrolifero. Ma la Federal Reserve, al termine della riunione del Fomc in cui ha mantenuto invariati i tassi nella forchetta compresa tra 0 e 0,25% e confermato l’acquisto fino a 300 miliardi di dollari di titoli del Tesoro, ha fatto balenare una speranza: «Ci sono segni di allentamento della recessione e le prospettive in marzo sono migliorate, anche se l’economia resta debole».
La frenata del primo trimestre contiene invece tutto il repertorio stonato della crisi: a picco le esportazioni (-30%, punto più basso da quarant’anni), ancora peggio l’import, crollato del 34%, una percentuale che non veniva registrata da 34 anni. Nella fiera dei record negativi non mancano le scorte aziendali, che sembrano non toccare mai il fondo: sono scese a 103,7 miliardi di dollari e hanno così sottratto ben 2,8 punti percentuali al Pil. Hanno inoltre pesato sul risultato finale anche le minor spese governative (-3,9%) per effetto dei tagli effettuati al settore difesa. C’è una sola nota positiva, la tenuta dei consumi privati (+2,2%), da cui dipende oltre il 70% del Pil Usa. Un risultato inaspettato, considerata la disoccupazione crescente.
Proprio il rimbalzo delle spese private sembra aver rassicurato le Borse, con Wall Street in forte rialzo (+2,1% il Dow Jones, +2,2% il Nasdaq) grazie anche grazie alla Fed e l’Europa, sostenuta dai conti di Siemens e Banco Santander, in progresso di oltre il 2% (a Milano, +2,2% il Mibtel). Almeno per una seduta, i mercati azionari sembrano insomma aver messo da parte le preoccupazioni legate allo stato di salute delle banche Usa, in particolare di quelle sottoposte agli stress test. Mercoledì scorso erano circolate indiscrezioni secondo le quali Bank of America (Bofa) e Citigroup avrebbero mostrato un insufficiente livello di capitalizzazione e sarebbero quindi state invitate dalla Fed a reperire in fretta i mezzi freschi necessari. Il numero uno di Bofa, Ken Lewis, che sarebbe stato rieletto ieri dall’assemblea, è tornato a parlare dell’affaire Merrill Lynch, sostenendo che la fusione doveva essere portata a termine per non destabilizzare l’intero sistema finanziario Usa. Lewis non ha però accennato alle pressioni che avrebbe ricevuto da Ben Bernanke (Fed) e da Tim Geithner (Tesoro) per non rivelare la disastrosa situazione contabile di Merrill.