Pilecki, la spia che entrò ad Auschwitz

Witold Pilecki è un nome che non ci dice niente se non – forse – che si tratta di un polacco. Del resto, è poco conosciuto anche nella sua terra. Prima di raccontare la sua storia ho aspettato che fossero passate sia la Giornata della Memoria (per le vittime del nazismo nella Shoah) sia quella del Ricordo (per le vittime del comunismo nelle Foibe): proprio per vedere se qualcuno si ricordava di questo straordinario eroe, vittima sia del nazismo sia del comunismo. Macché, non se ne è sentito parlare, nonostante la recente pubblicazione di un libro che racconta – e quanto bene – la sua vicenda. Che sarebbe incredibile, se non fosse così ben documentata proprio dal volume di Marco Patricelli: Il volontario (Laterza, 304 pagine, 20 euro).
Era nato nel 1901, in una famiglia della piccola nobiltà polacca, e nessuno avrebbe detto che avesse l’animo e la tempra di un James Bond. Amava la musica e la letteratura quanto la famiglia, si sposò presto e ebbe due figli. Per far intuire la mitezza dell’uomo, basterà dire che – fra le sue attività – ci fu la scoperta di un nuovo tipo di trifoglio. Però era anche un militare di carriera, come si usava appunto nella piccola nobiltà polacca di inizio Novecento. Arruolato già nel 1918, nel 1919 fu tra i protagonisti dell’occupazione polacca di Vilnius, contesa fra tedeschi e sovietici: un episodio che ricorda, con esiti meno fortunati, la contemporanea occupazione dannunziana di Fiume.
Quando Hitler invase la Polonia, il 1° settembre 1939, Pilecki era tenente di cavalleria, quella cavalleria che si scagliava disperatamente contro i panzer tedeschi: invano. I nazisti vinsero facilmente, ma continuarono a trovarsi di fronte un esercito clandestino di ben ottocentomila membri, su un totale di un milione e duecentomila che avevano composto quello polacco. Pilecki era fra loro e – essendo le attività di spionaggio e sabotaggio le più pericolose – scelse proprio quelle.
Si scoprì presto che gli occupanti avevano costituito a Oswiecim (in tedesco Auschwitz) un campo di concentramento non ancora destinato agli ebrei e al loro sterminio, bensì ai polacchi e a trenta delinquenti comuni tedeschi, incaricati di seviziare i prigionieri in cambio di uno sconto di pena. In quel campo l’aspettativa di vita, ben prima delle camere a gas, era di sei settimane, e lo si sapeva. La temperatura, d’inverno, arrivava a 20 gradi sotto lo 0 e qualcuno che era riuscito a fuggire raccontò di appelli punitivi, in piedi sulla neve, che potevano durare anche venti ore: in un solo giorno morirono, in quel modo, circa cento prigionieri. I compagni di camerata dei fuggitivi venivano chiusi in celle speciali finché morivano di fame e di sete. (Padre Massimiliano Maria Kolbe, oggi santo, finì appunto in una di quelle celle, dopo essersi offerto di sostituire un padre di famiglia.) Altri morivano per una tortura più raffinata: condannati a 25 frustate, le vittime dovevano contarle in tedesco; se sbagliavano, anche solo un accento, si ricominciava da capo. Quando i nazisti scoprirono che fra i prigionieri c’erano dei pianisti, li adibirono a pulire le latrine – senza spazzole – in modo che potessero continuare a esercitare le dita.
Ebbene, Witold Pilecki si offrì come volontario per farsi arrestare – in una retata della Gestapo - e incarcerare proprio lì, in modo da organizzare una rete di resistenza interna. Appena arrivato a Auschwitz, una manganellata gli ruppe due denti. L’eroismo consisteva anche nel sopravvivere, e Pilecki riuscì a farsi assegnare lavori che lo salvassero dal freddo, fumista, falegname. Così, nel marzo del 1941, poté far arrivare agli Alleati angloamericani una relazione su quanto avveniva nel campo. Il rapporto venne giudicato «esagerato».
I detenuti di Auschwitz erano divenuti molte migliaia, ormai soprattutto ebrei. Prima dell’invenzione delle camere a gas, lo sterminio veniva eseguito con un’iniezione di acido fenico al cuore: un kapo uccise così, da solo, 14.000 uomini. Pileki, fra l’altro, si ammalò due volte di tifo, ma gli servì per dare inizio a una sua speciale guerra batteriologica: allevò i pidocchi del tifo e riuscì a farli arrivare sulle divise dei carcerieri più crudeli. Soprattutto, riuscì a organizzare all’interno del campo una rete di ben duemila prigionieri, per rendere un po’ più sopportabile la vita delle vittime e – per quanto possibile – un po’ più difficoltosa quella dei carnefici. Organizzò anche delle fughe e finalmente – nel 1943, dopo quasi tre anni di Auschwitz – riuscì a fuggire lui. Chiunque altro si sarebbe considerato soddisfatto, se non distrutto, dall’impresa già compiuta. Pilecki, invece, continua la resistenza e prende parte alla drammatica, eroica e sfortunata insurrezione di Varsavia, fra il 1° agosto e il 2 ottobre 1944. Mentre l’Armata Rossa è alle porte, l’Esercito Insurrezionale Polacco dispone di 45.000 uomini, male armati, contro 50.000 tedeschi appoggiati da artiglieria e aeronautica. Lui sceglie di combattere come soldato semplice finché la moria di ufficiali lo costringe a riprendere il suo grado: la sua area fu l’unica a non cedere alla strapotenza nemica.
L’insurrezione fu un bagno di sangue, anche perché i polacchi contavano sull’aiuto dell’Armata Rossa, che Stalin non volle dare, preferendo avere a disposizione – dopo la guerra – una Polonia allo stremo e priva dei suoi uomini migliori. Dal comando tedesco, intanto, arrivò l’ordine di sparare pure su donne e bambini. Dopo la resa, la capitale venne rasa al suolo, casa per casa, e il governo polacco dichiarò: «Non abbiamo ricevuto alcun sostegno effettivo. (...) Siamo stati trattati peggio degli alleati di Hitler in Romania, in Italia e in Finlandia. (...) Ci riserviamo di non esprimere giudizi su questa tragedia, ma possa la giustizia di Dio pronunciare un verdetto sull’errore terribile col quale la nazione polacca si è scontrata e possa Egli punirne gli artefici».
Pilecki, nel frattempo, è stato fatto prigioniero dai tedeschi, stavolta in un campo per ufficiali, e sopravvive fino alla «Liberazione». Le virgolette sono d’obbligo perché la Polonia finisce sotto il giogo sovietico, oltre quella che verrà chiamata la Cortina di Ferro. Pilecki però vuole proseguire la guerra contro i tedeschi (ma non al fianco dei russi) e si arruola con le truppe di volontari polacchi che, insieme agli angloamericani, stanno risalendo l’Italia settentrionale.
Tornato in patria, la sua lotta al nazismo non gli fa perdonare il suo anticomunismo. Nel 1947 viene arrestato e – accusato di essere stato un agente nazista e un «nemico del popolo» – viene torturato sistematicamente, a turni di cinque ore, da altri ufficiali polacchi. Gli strappano anche le unghie. Alla moglie disse, durante uno dei pochi colloqui: «Al confronto, Auschwitz è stata una cosa da ragazzi». Certo, nessuno poteva negargli di essere stato prigioniero nel campo di concentramento nazista, ma per il regime il vero eroe di quell’impresa doveva essere un altro, che aveva collaborato con Pilecki: il comunista Josef Cyrankiewicz, il quale infatti diventerà capo dello Stato.
Per Pilecki, invece, vengono chieste addirittura tre condanne a morte, eseguite nel 1948 con un colpo alla nuca, in cella. Il suo cadavere fu sepolto in modo che non potesse essere ritrovato. Poi, iniziò la damnatio memoriae: di lui nessuno si doveva ricordare, i suoi figli furono bollati come «i figli di quel traditore», e il ricordo di Pilecki fu cancellato fino al crollo del Muro di Berlino. Da allora i governi del suo Paese gli hanno concesso ogni possibile onore, ma è singolare che la sua fama non sia mai uscita dalla Polonia.
Come scrive Marco Patricelli, nel libro tanto ben documentato quanto magnificamente scritto, «Witold Pilecki è un eroe dell’Europa e dell’umanità e può essere un simbolo della lotta al totalitarismo, a qualsiasi latitudine». È vero. Proprio per questo, nella primavera del 2009, un deputato europeo polacco propose al Parlamento di Strasburgo che la data del 25 maggio (giorno dell’assassinio di Pilecki) fosse inserita nella risoluzione su «Coscienza europea di fronte al totalitarismo», come «Giornata europea degli eroi nella lotta al totalitarismo». Ebbene, contro la mozione votarono ben 22 europarlamentari polacchi.
La strada della giustizia umana è ancora lunga e contorta, dunque. Ma la storia – che è maestra di vita quanto di beffe – si è almeno voluta prendere una rivincita sul pubblico ministero Czeslaw Lapinski, il quale per tre volte chiese e ottenne la condanna a morte dell’eroe. Sfuggito a vari processi, si ammalò di cancro e morì il 6 dicembre 2004 nell’ospedale di Varsavia: in via Witold Pilecki.
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