Pili, lo scapolo d’oro degli azzurri che ha bruciato le tappe in Sardegna

A soli 26 anni il salto da giornalista a sindaco di Iglesias, a 32 diventa governatore della Sardegna. E oggi a 39 è deputato

Mi viene incontro nel corridoio sprizzando energia e la scarica nella stretta di mano. Tre metacarpi lesionati. Quando mi riprendo, sono seduto di fronte all’atletico giovanottone nel suo ufficio da deputato.
Giunto a Montecitorio con l’ultima infornata, Mauro Pili di Fi, è il sardo opposto ai piccoletti, secchi e prugnosi dei film. Potrebbe venire da Pasadena, Sud California, due passi da Hollywood. Ha i capelli scolpiti all’indietro da divo anni ’50, la pelle liscia, gli occhi scuri vellutati di Rock Hudson ai tempi d’oro. Per difendersi dal caldo romano, il neodeputato ha appeso la giacca allo schienale della sedia. Ma anche seminudo, è impeccabilmente vestito. Il bianco immacolato della camicia sul torace ipervitaminico denuncia lo scapolo meticoloso. La cravatta azzurra sottolinea l’orgoglio di appartenere allo staff del Cavaliere.
«Ora capisco perché è un pupillo del Cav», esclamo.
«Tra me e il Presidente c’è un totale rapporto di fiducia. Da parte mia, un’assoluta stima», replica il trentanovenne, inflessione sarda controllata.
«Lei è berlusconiano anche nel tratto: bello, glabro, lindo», mi congratulo.
«Da politici, si aspira a essere valutati per altro. Ma se c’è anche questo, ben venga», dice. Riordina i soli due foglietti fuori posto della sua scrivania perfetta e aggiunge: «Nella comunicazione ci sono tre livelli di percezione: quello auditivo, per ciò che si dice; l’aspetto fisico; la passione che uno mette in ciò che fa. Io riesco a fare le cose solo con passione», dice ed è come se avesse allungato il biglietto da visita.
«Sapiente riflessione sull’informazione. Si vede il giornalista», osservo.
«Sono diventato professionista alla Nuova Sardegna. Ero il corrispondente da Iglesias, la mia città. Poi ho lavorato nelle tv locali. Cinque anni di mestiere, prima di darmi alla politica nel ’93».
«Sindaco di Iglesias a 26 anni. Cittadina mineraria di sinistra. Papà socialista. Anche lei era Psi?», chiedo.
«Il Psi non mi ha voluto, rifiutando di candidarmi. Da giornalista avevo denunciato scandali che lo riguardavano. A farmi fuori, anche dirigenti nazionali come De Michelis. Allora, con amici, ho fatto una lista civica e sono stato sindaco sei anni».
«Poi, Berlusconi entrò nella sua vita...», azzardo.
«Nel 1999. Andai da lui con un comune amico che voleva candidarmi alla presidenza della Regione. Sorpreso, il Presidente mi apostrofò: “A cosa debbo la visita?”. “Aldilà di tutto - dissi -, al piacere che si prova a 32 anni nel conoscere un uomo così carismatico”. Poi gli parlai della Sardegna. Prese, con metodo, un fiume di appunti. Fu, per me, un richiamo alla serietà».
«Rimase incantato», arguisco da tono e sguardo.
«La mia devozione per lui non è al capo, ma al maestro di vita».
«È stato il più giovane Governatore sardo, ma non il più fortunato. Fu spesso messo in minoranza».
«Sono stato fortunatissimo. Ho governato 20 mesi, lì dove superare la settimana era un successo. In 50 anni, la Sardegna ha avuto 60 presidenti di Regione. Ho largamente superato la media», dice piccato.
«I sardi di Fi, invidiosi del favore del Cav, le fecero sgambetti», ricordo.
«Anch’io provo invidia. Ma positiva. Per chi è più bravo di me, per chi si è laureato, mentre io, distratto dalla politica, non l’ho fatto. Mi indigna invece l’invidia negativa. Alcuni hanno tramato. Ma erano infidi e sono poi passati al centrosinistra».
«A Roma cerca la rivincita?».
«Come ho detto, non ho bisogno di riscattarmi. A Roma vengo a fare grano per portare farina alla Sardegna», dice bucolico.
«Divenne comicamente famoso per avere ricalcato il suo programma per la Sardegna su quello di Formigoni per la Lombardia», provoco.
«Una menzogna della stampa di sinistra. Avevamo lo stesso problema delle discariche. Adattai alla Sardegna la soluzione lombarda del termovalorizzatore. Nessuna fotocopia. Ma contro la disinformazione giornalistica non c’è difesa. Solo la rassegnazione, anche per chi ha forza d’animo», dice amareggiato, ma tonico e combattivo.
«Rampollo dell’Iglesiente rosso com’è finito in Fi?».
«Sono stato fortunato. Rischiavo il paraocchi dei dogmi e dell’ideologia. L’ho evitato, grazie al Psi che mi ha respinto. I miei concittadini volevano l’acqua. Non gli importava se veniva da destra o da sinistra. La volevano e basta. Io gliel’ho data».
«Ormai, è schierato. A destra».
«Non mi sento di centrodestra, ma del partito delle soluzioni concrete. Così vivo la mia appartenenza a Fi. Un movimento di valori, ma soprattutto di obiettivi. Spero non diventi mai un partito delle tessere. Così lo vuole il Presidente, così anch’io».
«Cosa pensa del Cav?».
«È l’uomo che ha saputo meglio capire gli italiani. Dal vertice, ha fatto un partito di popolo. Ha chiesto ai sondaggi cosa volessero gli elettori e ha seguito esattamente l’indicazione».
«Più intimamente?»
«È colui che nelle difficoltà ha saputo restituirmi il sorriso. L’ho avuto più vicino nei momenti difficili che in quelli entusiasmanti», dice e, per un attimo, l’intenerimento si sovrappone al sardo orgoglio dell’iglesiente.
Con Renato Soru, la Sardegna vive una primavera?
«Ha imboccato la via della desertificazione. Ha sommerso l’isola di divieti e diktat. L’economia muore».
Ha bloccato le costruzioni sulla costa. Ma sulla costa ha una sua casa.
«Abusiva. La Procura però fa lo gnorri, protesa a indagare sulla casa di Berlusconi. Soru predica bene e razzola male».
Il blocco è una salvaguardia paesaggistica.
«È un danno irreversibile. I concorrenti, Grecia, Marocco, Baleari, hanno centri benessere e campi da golf. La Sardegna rischia di uscire dal circuito turistico».
Soru ha messo balzelli sugli attracchi e le case dei villeggianti. Isolazionismo barbaricino?
«Stupidità umana. Migliaia di imbarcazioni hanno disdetto gli arrivi. Prodi, avallando la follia, rischia di fare partire un federalismo fiscale anarchico, privo del Fondo perequativo. Una violazione costituzionale».
Lei è un bel tipo telegenico. Se è vero che Anna La Rosa ha un debole per lei, imperverserà su «Telecamere».
«Ho scelto di fare il parlamentare nel modo più austero. Quindi, poca tv».
Non bacchettoneggi e dica di questo tenero con Anna.
«L’apprezzo perché ha saputo tradurre la politica per chi è a casa».
Una passione rovente?
«Siamo legati da profonda amicizia».
Scapolone com’è, chissà quante ne sapremmo se fosse intercettato.
«Credo che mi ascoltino ogni giorno da qualche anno. Sono felicemente single perché mi reputo serio. Non c’è vita a due con un’attività politica intensa come la faccio io».
Che impressione le fanno le intercettazioni reali e quelle di An?
«Tutte, di destra e di sinistra, mi danno una grande voglia di fuga e libertà. Ogni volta che le leggo, ripasso mentalmente il mappamondo per capire quale Stato possa accogliermi. C’è in giro una morbosità intercettatoria da guardoni».
Chiesto l’arresto del suo omologo pugliese, l’ex governatore Raf Fitto.
«Governare è di una difficoltà indecifrabile per chi sta dall’altra parte, magistratura compresa. Spero che i giudici chiudano presto, restituendo serenità a un bravo governatore come Fitto».
C’è una regia?
«So che i magistrati, invece di garantirci, cercano le prime pagine».
Nella rete, sempre voi della destra. Siete tutti mascalzoni?
«L’accerchiamento è conseguenza del risultato elettorale. C’è sete di vendetta da parte di chi ha vinto. Vogliono eliminarci subito per garantirsi che, se anche perdono il controllo della governabilità, non abbiano avversari in grado di contrastarli».
Che c’è di più inutile della costosa Autorità per la privacy mai così violata?
«Uno dei tanti orpelli della Repubblica. Finora, ha garantito che i fatti nostri siano di dominio pubblico».
Si impegna a presentare un provvedimento per abolirla?
«Fi se ne dovrà occupare. Io stesso, accogliendo questo opportuno suggerimento, me ne farò carico».
L’Udc, zitta zitta, passerà con Prodi?
«Spero di no. Chi fa il salto della quaglia, finisce quaglia: impallinato. Ne risponderà agli elettori. Per quel che mi riguarda, lotta dura al governo, aldilà da chi c’è e chi no. C’è pericolo per l’economia e di uno Stato opprimente che schiaccia il cittadino».
Di Prodi che mi dice?
«È l’inconcludenza in persona. Un farfugliatore di professione».
Napolitano è il «suo» capo dello Stato?
«Lo sento istituzionalmente come il capo dello Stato. Politicamente e sentimentalmente, no».
Il filocomunista Bertinotti, presidente della Camera?
«Un buon segretario di sezione comunista con l’eskimo di seta. Con la poltrona ha messo al riparo se stesso, non Prodi che dovrà sempre temere un estremismo ingovernabile anche da Bertinotti. I no-global non flirtano con la seta, ma coi passamontagna».
Peggio l’ex terrorista D’Elia o il leoncavallino in servizio, Farina?
«Non giudico i singoli, che non conosco. Ma la sinistra vuole governare con sfide e provocazioni, aggregando persone che hanno messo in pericolo Stato».
Visto il caravanserraglio che ha trovato a Roma, nostalgia di Cagliari?
«In Aula, nessuno ascolta nessuno. Neanche quando parla Prodi. Il più seguito è il no global, Caruso. Spero di essere ascoltato sulla Sardegna anche se non ho il passamontagna».