Pillola dell’aborto, la Regione ferma il Buzzi

Il primario Nicolini, che lo testa da sei mesi in day hospital: «Nessuna violazione»

Marisa De Moliner

Dopo la Mangiagalli la Regione blocca il Buzzi. Niente sperimentazione quindi dell'aborto chimico neanche all'ospedale di via Castelvetro. E neanche se a essere utilizzata non è l'ormai famigerata Ru486, la pillola abortiva cosiddetta del giorno dopo, ma il metotrexate, un farmaco che viene regolarmente impiegato per interrompere le gravidanze extrauterine.
Per vietarne la sperimentazione ieri è intervenuto in prima persona il governatore Roberto Formigoni, che non ha usato mezzi termini contro lo scandalo che ha investito il Buzzi, ovvero la sperimentazione non denunciata in day hospital di un farmaco abortivo: «Sembra configurarsi una procedura in violazione della legge 194. Il primario dice di usare questa tecnica da alcuni mesi. Ma non c'è stata alcuna informazione di questa pratica, che comporta rischi per la salute della donna, né nei confronti della direzione dell'ospedale né della Regione. Il direttore generale degli Istituti Clinici di Perfezionamento (di cui il Buzzi fa parte) ha disposto la sospensione immediata della pratica e dell'acquisizione della documentazione relativa al caso». E un dirigente dell’assessorato regionale alla Sanità fa sapere che se c’è stata violazione della 194 «potrebbero scattare seri provvedimenti».
Ma perché si configura una violazione della legge 194? «Perché - risponde il governatore - l'aborto è praticato fuori da una struttura pubblica, senza fornire informazioni all'ospedale e alla Regione. Da parte dell'assessorato e della Regione stessa ci saranno valutazioni sulla situazione nel suo complesso. Per ora, dalle notizie che abbiamo avuto, sappiamo che il primario del Buzzi, professor Umberto Nicolini, impiega questa tecnica almeno da sei mesi utilizzando farmaci regolarmente in commercio ma per finalità diverse da quelle indicate (le indicazioni sono per la leucemia e l'artrite reumatoide), facendo leva su una delle controindicazioni, la morte del feto».
La patata bollente ora passa a Francesco Beretta, direttore generale degli Istituti Clinici di Perfezionamento e quindi del Buzzi, vicino a Comunione e Liberazione. «Ero completamente all'oscuro di tutto - ha rivelato a Il Giornale - ho saputo della sperimentazione da un'intervista rilasciata a un quotidiano dal professor Nicolini, primario di ginecologia al Buzzi. Ho provveduto comunque a sospenderla immediatamente. Il professore che ho raggiunto telefonicamente all'estero, è impegnato in un congresso in Gran Bretagna, mi ha detto che l'intervista è l'esito di una chiacchierata a pranzo con una giornalista. Martedì o mercoledì dovrà produrre una relazione per spiegare i termini della sua sperimentazione. Dovrà specificare come l'ha condotta e quanti sono gli aborti praticati farmacologicamente e perché li ha fatti». Per ora il professor Umberto Nicolini dal Regno Unito si difende così: «Perché se il metotrexate lo si usa regolarmente per l'interruzione di una gravidanza extrauterina non lo si può fare per quella intrauterina?». Prosegue la sua difesa affermando che le due circostanze sono assolutamente identiche. «Allora - aggiunge Nicolini - si dica che anche per la gravidanza extrauterina si torni a ricorrere all'intervento chirurgico». E precisa: «In ogni caso è fuorviante parlare di pillola abortiva. Qui non c'è nessuna pillola, ma un farmaco somministrato in ospedale per via intramuscolare in dosi di 50 milligrammi per metro quadro. Dopo due o tre giorni la donna torna in ospedale per l'espulsione che avviene in anestesia e senza intervento chirurgico».
«Una cosa è la Ru486 - precisa il primario - farmaco che ha assunto anche una particolare connotazione politica, ma non è registrato ed è giusto attendere la fine della sperimentazione in corso a Torino. Altro è parlare del metotrexate, per il quale non c'è alcuna sperimentazione in corso poiché il farmaco è da tempo registrato in Italia e venduto liberamente. Lasciato così alla libera scelta del medico». Nessuna legge violata, insomma, per Nicolini. «Questo tipo d'utilizzo - conclude - è un modo come un altro di applicare la legge 194, la quale non dice che bisogna utilizzare obbligatoriamente il metodo chirurgico».