Pillola, dibattito all’insegna dell’ipocrisia

Turi Vasile

Giunto è il momento di metterti alla finestra a guardare, frenando la tua smania residua di intervenire. Ti giunge dal basso un vocìo da mercato, chi bandisce il proprio interesse particolare come un principio generale, chi nasconde il proprio egoismo gabellandolo per solidarietà, chi febbrilmente va di qua e di là come al gioco dei quattro cantoni.
Quel che fino a ieri ti coinvolgeva, oggi però ti pare cosa di poco conto. Ben altro attira la tua attenzione: polemizzano sul “pillolo”, come chiamano con incomprensibile ironia la pillola per uomini; di quella per donne sono in discussione gli effetti collaterali; mentre irrompe sulla scena la pillola del giorno dopo. Qualcuno vorrebbe mettere in discussione l’aborto ma viene zittito con sdegno e messo alla gogna. Esplode la pillola abortiva che annulla e in ogni modo attenua ogni trauma e rende però più diretta, per l’assenza del chirurgo, la responsabilità della madre che soffoca il germoglio nato nel suo seno. Con sgomento ti accorgi che stanno assassinando la vita. Tutto si muove e si evolve perché il dono fatto alle creature, quel guizzo che assicura loro la posterità, sia condizionato o bandito o soppresso. In questo senso si accetta e si promuove l’eutanasia e si esalta la omosessualità. Lo sperma e l’ovulo sono messi in custodia per essere manipolati al bisogno, tenuti prigionieri di bacheche come reperti archeologici da museo. Il fine sembra essere quello di assicurare il piacere sterile senza conseguente futuro; lo so tu vorresti gridare all’assassinio, ma taci, perché hai paura che ti accusino di moralismo, oggi che la virtù è risibile. Eppure non è moralismo dare voce al pericolo di una mutazione antropologica, etnologica e sociale, con l’unica consolazione, se tale può chiamarsi, della parziale scomparsa dei popoli ritenuti più evoluti e del prevalere di una egemonia dei poveri e dei miseri che non hanno rinunciato al piacere della procreazione destinata a trasmettere lo spirito attraverso la carne.
A ripensarci, faresti bene a tacere. Nessuno ti dà ascolto ora che le mode e i nuovi costumi hanno cancellato il senso del peccato, ora che tutto, o quasi tutto, è diventato un pubblico merito e l’intimità, detta ipocritamente privacy da tutelare, viene esposta ai quattro venti per trarre motivi di vanto da esempi che un tempo erano considerati colpe.
Lo so, anche tu coi tuoi peccati hai pagato il prezzo che assicura a ogni uomo la sua responsabilità e le sue libertà personali, ma non chiedevi il condono, aspiravi al perdono a riconoscimento della tua sofferta consapevolezza delle scelte sbagliate. Perciò ti sghignazzano dietro. Adulterio, poligamia, perversioni, irresponsabilità verso i figli generati con leggerezza, facilità di abortire, un tempo procuravano angoscia e spesso rimorso; oggi possono essere vissuti con allegra disinvoltura. Così fan tutti. Non considerare a che cosa possa condurre questa indulgenza plenaria per ciò che fu illecito un tempo.
Se proprio non sopporti lo spettacolo che si svolge in piazza, ritirati e chiudi la finestra. Nella tua stanza a porte chiuse è accesa la televisione che ti lega al mondo senza la tua presenza. Trasmette il volo di una navicella spaziale alla ricerca nell’immensa galassia di quella vita che si sta uccidendo sulla terra. E nella tua mente frastornata si insinua la tentazione di sottrarti all’apocalisse. Quell’astronave è forse la preparazione inconsapevole della costruzione della grande arca destinata in un lontano avvenire a portare nel cosmo la vita mortificata su una Terra ridotta a landa desolata.