Pillola e terapeutico Si riapre la battaglia contro l’aborto

Doppio attacco alla legge sull’aborto. Il Movimento per la vita ricorda il caso della madre spezzina, di 28 anni, alla prima gravidanza, che dopo aver scoperto solo alla 22esima settimana che il bambino che attende ha una gravissima malformazione cardiaca, vuole l'aborto terapeutico. La giovane lo ha chiesto all'ospedale «Gaslini» di Genova, ma le è stato rifiutato, perché non previsto dalla legge oltre la 22esima settimana. Il feto ha un solo atrio e un solo ventricolo, le possibilità di sopravvivenza sono poche. La donna, appreso che in Francia l'interruzione terapeutica è possibile fino alla 30esima settimana, ha preso contatti con una struttura sanitaria a pagamento. Il Movimento per la vita ha offerto aiuto alla coppia se deciderà di portare a termine la gravidanza.
L’associazione Scienza e vita Ingauna ha scritto invece a presidente, consiglieri e assessori della Regione. Spunto della lettera, un fatto di cronaca successo pochi giorni fa a Lavagna: a una donna che si era sottoposta a un’interruzione di gravidanza farmacologica troppo aggressiva (scelta dai medici per evitare l’intervento chirurgico) è stato asportato l’utero per i danni causati dal trattamento; la signora di 38 anni, che per questo non potrà più avere figli, è stata risarcita con 75mila euro. «L’aborto farmacologico, sotto forma della pillola RU486 o di prostaglandine o di ossitocina, come già accade nella vicina Svizzera, presenta tanti rischi e molteplici controindicazioni ma sembra talvolta essere preferito all’aborto chirurgico» scrive Ginetta Perrone, presidente di Scienza e vita Ingauna. Dei «troppi effetti collaterali», però, le donne «non vengono avvertite» prosegue la Perrone.
La lettera è indirizzata al presidente Burlando e ai consiglieri regionali per un motivo preciso: «Qualche mese fa all’ordine del giorno del consigliere Fabio Broglia che chiedeva la sospensione della sperimentazione della RU486 in Liguria è stato presentato in contrapposizione un ordine del giorno da parte della maggioranza in Regione Liguria che autorizzava l’utilizzo del metodo farmacologico presso tutti gli ospedali liguri» ricorda la Perrone. «Così - prosegue la presidente - è stata data ampia diffusione della grande efficacia di questo metodo così rivoluzionario per i presunti vantaggi per la donna (assenza di complicanze da intervento chirurgico, maggiore privacy, ecc.) senza evidenziare i rischi ampiamente evidenziati nella letteratura medica». Quanto successo a Lavagna, ricorda l’associazione, è la prova che la pillola abortiva non è immune da rischi: «Come può permettere questo la Regione?».