Il pilota «lattuga» che fondò la Guzzi

Morì a 58 anni per le ferite delle battaglie

Massimo Zamorani

Cinquant’anni or sono il capitano pilota Giorgio Parodi, quattro medaglie d’argento e una di bronzo al valor militare, lasciava questa vita a cinquantott’anni, corpo solcato dalle cicatrici delle ferite di guerra, volto devastato. Lo scrittore aviatore Franco Pagliano riferì che tra le carte di Parodi venne rinvenuta una lettera ai figli, con le estreme sue volontà: «Preoccupatevi degli interessi del nostro Paese più che del vostro. Non circondatevi di troppi agi; non sottraetevi al servizio militare, né al pagamento delle tasse. Siate indulgenti con gli altri e severi con voi stessi. Prego Iddio che i vostri figli siano la gioia della vostra vita come voi lo siete per me». Sembrano pensieri di un tempo remoto, espresse con parole di un’altra lingua. Invece sono state scritte da un uomo che ha finito di vivere solo cinquant’anni fa e parlava e scriveva in italiano.
Giorgio Parodi, figlio dell’armatore genovese Emanuele Vittorio, non aveva neppure diciott’anni quando chiese al padre l’autorizzazione ad arruolarsi: era il 24 maggio 1915. Partì come volontario motoscafista con il suo motoscafo privato, ma subito si innamorò degli aeroplani e del volo e divenne prima osservatore, poi pilota della Marina, partecipando a numerose missioni di ricognizione e bombardamento prima di passare alla caccia e sostenere combattimenti individuali con l’abbattimento di due velivoli nemici. A guerra finita Giorgio tornò a Genova con tre nastrini azzurri cuciti sulla giubba.
Uno degli specialisti di squadriglia si era rivelato un vero talento meccanico e aveva conquistato la fiducia di Giorgio, tanto da indurlo a impegnarsi in un’impresa industriale per la cui fondazione chiese un finanziamento al padre, il quale non glielo negò ma lo dimezzò per prudenza, riducendolo a mille lire. Con questa somma Giorgio Parodi fondò un’industria per la costruzione di motociclette cui impose, come ragione sociale, il nome del motorista Carlo Guzzi. Però volle che il marchio dell’azienda fosse l’aquila d’oro turrita dei piloti militari. Così nacque la famosa Moto Guzzi, che presto divenne l’orgoglio della famiglia Parodi e anche dell’industria motoristica nazionale.
A Genova Giorgio Parodi non si occupò solo delle attività economiche, fu l’animatore del locale club aviatorio come dirigente, istruttore (fu lui a portare al brevetto la marchesa Carina Negrone, la più grande aviatrice italiana, destinata a conquistare ben sette primati mondiali di cui due tuttora imbattuti con velivoli a elica) ma soprattutto pilota sportivo di grande capacità. Fu proprio nel corso di uno spettacolare circuito di velocità, con virata a bassa quota al pilone proprio di fronte al Lido di Albaro, che il popolare «Lattuga» (così l’aviatore era soprannominato) sfiorò la superficie del mare con la punta dell’ala e precipitò sfasciando aereo e sé stesso. Raccolto e portato all’ospedale, al professor Catterina che lo aveva operato, chiese: «Quando iniziamo le lezioni di pilotaggio?» - «Presto.» - rispose il chirurgo e mantenne la parola.
Nel 1935 conflitto etiopico, il tenente pilota Lattuga lasciò armamento e industria, partì volontario. Attaccò a volo radente l’aeroporto di Addis Abeba e tornò con il quarto nastrino azzurro.
Volontario per la terza volta nel 1940, con i gradi di capitano pilota, cinque giorni dopo l’inizio delle ostilità, nel corso di una missione di ricognizione sulla base navale di Tolone, il bimotore da lui pilotato venne abbattuto in fiamme e lui rimase ai comandi fino a quando i sopravvissuti del suo equipaggio si furono lanciati, poi riuscì a buttarsi e si salvò. Trasferito al 50° Stormo da assalto in Africa Settentrionale, partecipò a numerose azioni. Nel maggio 1942 decollò alla ricerca di un aereo che non era tornato alla base e nel corso del lungo volo sul deserto un motore surriscaldato esplose e i frammenti infuocati lo investirono in pieno, distruggendogli il volto. Accecato, assistè il secondo pilota fino al rientro e al ricovero in ospedale. Non avrebbe volato più perché aveva perduto un occhio e dopo l’intervento pronunciò una frase che è rimasta famosa e che è tuttora citata nell’ambiente dell’aeronautica: «Pe’ fortùnha à l’è capitou a mi, che go i dinnè pe’ curame».
Il comandante lo propose per la Medaglia d’Oro, gliene venne conferita una d’argento. Tornò a Genova con il quinto nastrino azzurro e con il corpo e il volto solcati da cicatrici, come un legionario veterano. Si dedicò alle aziende e ai figli fino a quando, in quella giornata di agosto piena di sole, se n’è volato via per sempre.