Piloti sbruffoni, hot dog e belle donne i bolidi sfrecciano in vetta al boxoffice

Silvia Kramar

da New York

Aveva interpretato l'attore ammaliato dalle stregonerie di Nicole Kidman nel film Bewitched. Era stato il buffo comico di Elf e uno dei più amati presentatori dello show televisivo Saturday Night Live. Ma adesso Will Ferrell è diventato il re indiscusso del boxoffice americano col suo ultimo film comico, Talladega nights-la leggenda di Ricky Bobby. Ambientato nel mondo delle corse automobilistiche Nascar, in quel sud americano dell'Alabama, delle due Caroline e di decine di autodromi, in meno di tre settimane Talladega ha trascinato nelle sale più spettatori di quanti non siano accorsi a vedere l’atteso World Trade Center firmato da Oliver Stone.
Ma Will Ferrell si è costruito da tempo un’audience personalizzata, con un target ben preciso: ragazzi bianchi dai 15 ai 25 anni. A milioni, adesso, questi ragazzini in vacanza sono accorsi a vederlo nei panni del ridicolo Ricky Bobby mentre partecipa alle corse automobilistiche Nascar, sport secondo, per spettatori e budget, solo al football americano.
Il Nascar, National Association of Stock Car racing, vanta ben 75 milioni di fan che nel 2005 sono arrivati a comperare gadget per il valore complessivo di ben due miliardi di dollari. Il suo successo è tale che i dirigenti delle corse hanno appena firmato un contratto di otto anni per le dirette televisive dei maggiori eventi con la Fox, la Tnt, la Abc e la rete sportiva Espn. Già adesso le corse più seguite, come il campionato della Coca Cola 600, vengono trasmesse in 167 paesi e commentate in 35 lingue.
Piloti come Tony Stewart, Jimmie Johnson, Dall Earnhardt Junior e Jeff Gordon godono di una popolarità non inferiore a quella della star del basket e del baseball e anche le donne cominciano a far sognare gli americani. Ci sono Danica Patrick, che partecipa alle corse Indy e a Indianapolis 500, e la sua eterna rivale Sarah Fisher. C'è Shawon Alexander che gareggia nei circuiti del Nascar mentre ad applaudirla, tra il pubblico, spuntano il marito e le sue due figlie, Amy di dodici anni e la quattordicenne Rebecca. C'è Sarah Cornett-Chung, che ha solo 15 anni e gareggia ormai da quattro. C'è ancora la vecchia campionessa di drag races Shirley Muldowney, che a 66 anni ormai fa solo la spettatrice ma che era diventata leggendaria col film Heart like a wheel, uno dei primi a scoprire il mondo femminile delle corse automobilistiche. Poi era arrivato, nel 1990, Giorni di tuono, col giovanissimo Tom Cruise, ma al mondo del Nascar non era piaciuto, mentre invece Talladega Nights è entrato nel cuore di questa America che affida i suoi sogni ai circuiti del Sud. Un'America povera, semplice, consumistica e volgarotta. Dove le lauree sono rare come le vittorie inaspettate di un rookie e tutti sono convinti di poter vincere «solo se avessero il motore giusto». Dove dopo le corse si festeggia a birra e hot dog fino a notte fonda, con l'hard rock sparato a tutto volume dagli altoparlanti delle macchine. Will Farrell questo mondo l'ha capito: il suo personaggio è un eterno perdente a cui un giorno viene data l'opportunità di vincere. Con un padre che gli ha sempre ripetuto che «se non sei primo per me sei l'ultimo», Ricky Bobby conquista l'autodromo. Si compra una bella casa. Fa felice la moglie super sexy e due figli cretinotti, finché all'orizzonte non appare un pilota francese gay, Jean Guard, campione di Formula «Une». Ed è la loro lotta che appassiona il pubblico: la lotta di questa America che cerca una nuova identità. Ferrell mette in bocca al suo Bobby questa esortazione: «Siete dei perdenti. Spendete tutti i vostri soldi a comprare robaccia inutile, citate Gesù a tutto spiano ma poi trattate i vicini con profondo disprezzo e adesso arriva questo gay francese a farci vedere che è molto più intelligente di tutti noi».
In questo sport nel quale, come dicono i critici, milioni di americani stanno tutto il giorno a vedere dei piloti che fanno tre curve a sinistra, Ferrell è andato a stuzzicare un'America quasi intontita: dal rombare dei motori, dal marketing di cibi, bevande e deodoranti, da un cristianesimo che sembra trasformato anch'esso in uno slogan nazionale. E ne ha fatto un nuovo mito. E il numero 26, col quale Ricky Bobby corre nel film, appare già su migliaia di cappelletti da baseball, ogni domenica, negli autodromi del Nascar.