Pinelli jr e gli aneddoti romani

Descrive scene di una città provinciale

Se la Roma del Settecento dipinta da Vanvitelli è la mitica città del Grand Tour, quella ottocentesca di Achille Pinelli (1809-1841) è passata dal sublime al pittoresco. Continua a essere frequentata da illustri viaggiatori, ma pare una città sopravvissuta allo splendore del passato e decisamente provinciale con i suoi panni stesi alle finestre e le persone intente a giocare o litigare, piuttosto che a lavorare. Figlio del celebre incisore e pittore Bartolomeo Pinelli, Achille seguì le orme paterne, senza però avere la sua energia, dipingendo scene di genere a metà tra l’aneddotica e la satira. La mostra «La Roma di Achille Pinelli», al Museo di Roma Palazzo Braschi fino al 16 settembre, cerca di ricostruire la Roma sparita dell’Ottocento attraverso una selezione di settanta dei duecento acquerelli realizzati dal pittore tra il 1832 e il 1835, dedicati alla rappresentazione delle chiese della città, alcune delle quali sono state abbattute nel corso degli sventramenti edilizi avvenuti dopo il 1870. Opere che non si limitano alla descrizione delle architetture ma viene data grande importanza alla scena che si svolge nell’ambiente antistante. Gli acquerelli esposti sono interessanti proprio perché molti di questi edifici e le scene rappresentate in primo piano costituiscono una preziosa documentazione di aspetti della città scomparsi o radicalmente mutati nel corso del tempo. Le suore e i frati sono rappresentati sulla strada, così come le popolane, i venditori di pesce, i pastori con le capre, i bambini. Vivaci descrizioni che evocano lo stile di Bartolomeo, come nel caso della tavola dedicata a Santa Maria della Scala, che presenta la festa dei montanari abruzzesi culminante con il «ballo dell’orso», oppure la processione davanti alla chiesa della Natività di Gesù in piazza Pasquino, ma le figure sono più abbozzate rispetto alla cura che metteva Bartolomeo nelle sue incisioni, e nel complesso meno retoriche. Documentano l’epoca di Gregorio XVI, la stessa che ci è stata tramandata in poesia da Giuseppe Gioachino Belli.