Il ping pong dei ministeri fa arrabbiare i sindacati

La Cgil: scelte dettate da esigenze politiche. Il responsabile del Lavoro Damiano: ci sarà meno sinergia che con Maroni

Antonio Signorini

da Roma

I più disorientati sono quelli del Dipartimento nazionale per le politiche antidroga. Nel 2001 erano alle dipendenze della Presidenza del Consiglio, poi sono passati sotto l’ala protettrice del ministero delle Politiche sociali, per tornare, con il secondo governo Berlusconi, a Palazzo Chigi. Adesso, per loro, è tornato il tempo di svitare le targhe dalle porte e di mandare al macero la carta intestata, perché la competenza della lotta alle tossicodipendenze andrà al nuovo ministero alla Solidarietà sociale, guidato da Paolo Ferrero (Prc). È uno degli effetti dello «spacchettamento» e della riorganizzazione delle competenze dei singoli ministeri. Una cura ingrassante che ha portato a 27 il numero dei dicasteri, ma sta preoccupando migliaia di ministeriali. A dargli voce ci hanno pensato i sindacati della Funzione pubblica, a partire dal segretario generale della Funzione pubblica Cgil Carlo Podda: «Spero di trovarmi davanti a una falsa partenza. Se quello che vedo è il modo con il quale il governo intende regolare le relazioni sindacali nel lavoro pubblico, ci sarà da attendersi un autunno pieno di tensioni». Il «processo di composizione e scomposizione dei ministeri» all’esponente Cgil appare «conseguente più a logiche di equilibrio politico nella compagine governativa che a una riflessione su una migliore organizzazione funzionale». Anche perché comporterà una inevitabile «lievitazione di costi, basti pensare alla costituzione degli uffici alla diretta collaborazione dei ministri, alla ridefinizione dei trattamenti accessori del personale trasferito da un ministero ad un altro».
Difficile, dice quindi la Cgil, moltiplicare i ministeri e pretendere - come fa il decreto che ridisegna la mappa del governo - di farlo a costo zero. D’accordo la Funzione pubblica della Cisl e anche l’Ugl, il sindacato vicino alla destra. Tutte le decisioni sulla mobilità - spiega il segretario generale Renata Polverini - devono essere «oggetto di contrattazione con il sindacato, affinché qualsiasi spostamento corrisponda a reali criteri di efficacia».
Tra i punti critici segnalati dai sindacati c’è quello del ministero del Welfare, smembrato in tre dicasteri: Lavoro, Solidarietà sociale e Famiglia. «Si torna all’antico», spiega il neo ministro Cesare Damiano (Ds) che riconosce: «C’è uno svantaggio rispetto all’impostazione del dicastero di Maroni che è la minore sinergia. Però c’è un vantaggio: il nuovo e maggior rilievo del lavoro di cui abbiamo estremamente bisogno». A preoccupare i sindacati è anche la delega sulle pensioni che il decreto sulla composizione del governo affida alla Solidarietè sociale. «Con Ferrero - assicura Damiano - siamo d’accordo circa la correzione dell’emendamento che attribuisca ovviamente la previdenza al ministero del Lavoro». La scomposizione dell’ex ministero del Welfare ha posto anche problemi logistici. Dirigenti e funzionari hanno assistito in questi giorni ai vari sopralluoghi dei nuovi ministri. Alla fine la soluzione è che nell’ufficio di Maroni in via Veneto resterà Damiano, mentre Ferrero andrà in via Fornovo. I due sottosegretari al Lavoro e relativi staff andranno in via Flavia, storica sede del ministero.