Ping Wang, il banchiere senza licenza che nascondeva il denaro nei sacchetti

Lo chiamano «il Dottore». Ha 37 anni ed era il capo della più potente agenzia finanziaria occulta mai scoperta in Italia

Gianluigi Nuzzi

da Milano

«Il Dottore», lo chiamano così, Hsiao Ping Wang, il banchiere clandestino della Chinatown di Milano, quello che in due anni ha fatto girare 40 milioni di euro, dei quali quasi 16 mandati in Cina spediti da un ufficetto di copertura di appena 60 metri quadrati. Wang il Dottore, il banchiere senza licenze al quale portare rispetto, chiedere denaro in prestito, fare le pratiche per comprare casa con il mutuo e, soprattutto, far custodire il denaro. Era riverito e rispettato nel quadrilatero milanese dagli occhi a mandorla, questo giovanotto dall’aria mite nato a Chekiang nell’aprile del 1968 e oggi alla guida della più potente banca occulta mai scoperta in Italia. I soldi li teneva nei sacchetti di plastica usati per la spesa, perché i cinesi sono fatti così: affari contanti e il vil denaro buttato nei sacchetti dell’ipermercato.
A dirla tutta la banca è stata scoperta poi per il caso della fortuna e la perseveranza di qualche investigatore. Se infatti l’agenzia di via Giordano Bruno ha chiuso i battenti è perché una sua cliente faceva la prostituta a Bassano del Grappa ed è finita in una retata dei carabinieri un anno fa. Perquisita la casa è saltato fuori il suo libretto di deposito, uno di quelli rossi che Wang ciclostilava da un amico, che ha incuriosito e non poco gli inquirenti. Il libretto indicava le cifre depositate dalla bella di notte, gli interessi maturati, i prelievi. E il nome dell’impiegato che la seguiva. In pratica del tutto simile se non tale e quale a ogni conto corrente aperto in una banca italiana. Ma sulla scheda rossa della prostituta c’era solo un cognome, che nella Cina suona un po’ come il nostro Rossi, Brambilla o Bianchi che sia: Wang. Appunto, proprio lui, il grande capo seguiva direttamente i risparmi della prostituta attiva nel Veneto. Ma chi è Wang? La polizia valutaria di Milano ha incominciato la ricerca. Anche perché la comunità cinese quando ci sono indagini in corso assume il profilo della Sfinge. Mai una delazione, mai una confidenza sui connazionali. Gli inquirenti hanno persino impiegato settimane a trovare un interprete affidabile che traducesse le poche parole presenti sul libretto rosso. Niente. Tutti facevano spallucce. Ma chi è Wang? La ricerca ha spaziato nel Nord Italia fino a concentrarsi su Milano. Qui i finanzieri hanno battuto le vie del centro visto che sul libretto compariva anche la parola sempre in cinese di «centro». Contatta qualche vecchia fonte, senti qualcuno dei cinesi onesti che con la giustizia parlano. Ed è venuto fuori dal cilindro delle indagini Wang, la sua collaboratrice Alessandra Ou, gli uffici arredati alla bella meglio. E la gente che portava lì i soldi. Facevano la fila persino in strada, i correntisti, senza destare i sospetti, evidentemente, di nessuno. Complice l’insegna della «Money transfert»? Sì, ma non solo visto che la Guardia di finanza vuole approfondire e capire come mai nessuno, ma proprio nessuno si era accorto di nulla. E l’inchiesta del pm Giuseppina Barbara sterza verso chi sapeva e ha protetto. A iniziare dai banchieri italiani del piccolo istituto di credito, che ha sempre fatto sponda agli affari di Wang concedendo mutui, soldi e favori. Ma la ragnatela delle protezioni potrebbe anche dilatarsi agli insospettabili, a chi chiudeva oggi un occhio, domani due. Perché Wang si muoveva in modo troppo disinvolto. Certo amava il rischio con i suoi precedenti di polizia per gioco d’azzardo. Certo, gli affari gli andavano alla grande, ben oltre quei 20.342 euro dichiarati al dicembre del 2002. Ma possibile che l’unica precauzione fosse quella di far entrare dalla porta sul retrobottega i clienti meno presentabili quelli con le buste zeppe di banconote da 100 e 200, ritrovate fino a 70mila euro nei cartoni impolverati vicino all’uscita? Bisogna aggiungere che l’omertà dei suoi correntisti non era difficile conquistarla. Complice l’ignoranza. Durante la perquisizione del 9 maggio scorso, gli inquirenti avevano chiuso a chiave la porta affiggendo un cartello con scritto «Chiuso». Ma i correntisti insistevano per entrare non sapendo leggere nemmeno quelle sei lettere in italiano.
gianluigi.nuzzi@ilgiornale.it