Pingitore, il califfo del Bagaglino

Beato fra le donne, Pier Francesco Pingitore vive da mezzo secolo in un paradiso di specchi. Ieri era quello di carta firmato da Giorgio Nelson Page. Oggi sono quelli che foderano le porte della sua casa di Roma – un appartamento borghese con i mobili impero, gli obelischi di onice, gli argenti inglesi, il parquet tirato a lucido – e che riflettono all’infinito le veneri incorniciate alle pareti. «Tu mi hai messo le ali e mi hai fatto volare», lo ringrazia in pennarello la butirrosa Valeria Marini, una delle sue belle scoperte, da una foto in cui appare, nelle sembianze di un angelo, tutta nuda, a parte le due protesi di piume candide appiccicate alla schiena; sopra ha stampato col rossetto un bacio grande quanto un forno per pizza. Potrebbero sottoscrivere, in ordine strettamente alfabetico, Ramona Badescu, Nathalie Caldonazzo, Eva Grimaldi, Gabriella Labate, Lorenza Mario, Angela Melillo, Milena Miconi, Giulia Montanarini, Pamela Prati, Carmen Russo, Manuela Villa.
Fra le premiate ditte del divertimento formate da una coppia, Castellacci & Pingitore resta l’unica ancora in attività anche dopo la morte del primo autore, avvenuta nel dicembre del 2002. «Porca miseria, già quattro anni... Come passa il tempo. È stato un grande acquisto per l’aldilà, aveva ragione Oreste Lionello». Le altre, da Garinei & Giovannini a Castellano & Pipolo, hanno chiuso i battenti per la scomparsa di entrambi i soci. Nonostante oggi Pingitore confessi di sentirsi un po’ come Carlo Fruttero dopo il suicidio del sodale Franco Lucentini, la sua vena creativa non s’è affatto disseccata. Lo possono testimoniare i 900 spettatori che da 16 giorni affollano il Salone Margherita della capitale, divisi in due turni come in trattoria, ore 19 e ore 22, per assistere al suo nuovo spettacolo, E io pago!, un titolo preso a prestito dal ritornello ossessivo dell’avarissimo barone Antonio Peletti interpretato da Totò nel film 47 morto che parla, ben adattabile al cittadino dell’era prodiana spolpato dalla Finanziaria. Con un sottotitolo, Telecom-media all’italiana, pure mutuato dalla stretta attualità di questo disgraziato Paese. Resterà in cartellone fino a marzo, ma a partire dal 13 gennaio i telespettatori potranno vedere il meglio degli sketch con Oreste Lionello, Aida Yespica, Emy Bergamo, Martufello e Mario Zamma in uno show di sei puntate su Canale 5, che andrà in onda il sabato sera sempre per la regia di Pingitore.
Non è un caso che l’esclamazione «E io pago!» risuonasse in un film ispirato a una commedia di un grande attore che era di casa al Salone Margherita: Ettore Petrolini. Né che il regista di quella pellicola con Totò fosse Carlo Ludovico Bragaglia, fratello minore del più famoso Anton Giulio, che scriveva sul settimanale Lo Specchio negli anni in cui Pingitore ne era il redattore capo. «Quando nel 1965 Castellacci e io decidemmo di mollare il giornalismo e di fondare in uno scantinato la compagnia di cabaret, l’idea era proprio quella di chiamarla Bragaglino, in onore di Anton Giulio Bragaglia, che aveva creato il Teatro degli indipendenti. Ma i parenti si opposero. Così all’ultimo momento dovemmo togliere la erre e nacque il Bagaglino». Cioè il peggio del peggio, per la critica engagé. Il tempio delle battutacce da caserma, dei doppi sensi grevi, degli ammiccamenti sessuali.
Però a Castellacci & Pingitore più che altro non hanno mai perdonato d’essere diventati campioni del botteghino pur simpatizzando per la destra. «E come avremmo potuto buttarci a sinistra? A 19 anni Mario abbandonò gli studi per arruolarsi come volontario nella Repubblica sociale. Da ragazzo di Salò scrisse Le donne non ci vogliono più bene, che persino Giorgio Bocca ha definito la più bella canzone del periodo bellico. Quanto a me, sono cresciuto alla scuola di un conservatore che aveva lavorato al Minculpop».
Chi era?
«Giorgio Nelson Page, il direttore dello Specchio. Americano nato a Roma, discendeva da una famiglia sudista della Virginia. Suo nonno, un ammiraglio, tornava dall’Inghilterra con una delle prime corazzate quando scoppiò la guerra di secessione. Alla sconfitta del Sud, fece rotta su Cuba e affidò la nave agli spagnoli pur di non consegnarla agli Stati Uniti. Page era gelosissimo delle sue firme, non sopportava le mie collaborazioni teatrali con Castellacci. Inconsapevolmente mi diede la spinta per imboccare una strada che da solo non avrei mai avuto il coraggio di prendere. Nel 1965 guadagnavo 400.000 lire al mese, quasi 7 milioni di oggi. Mi ritrovai da un giorno all’altro senza stipendio. Fu un colpo del destino».
Da dove nasce la sua propensione per il lato frivolo della vita?
«Dall’avanspettacolo. Andavo a vederlo da ragazzino al cinema-varietà La Fenice, un locale di piazza Fiume che i romani chiamavano La Fènice e che oggi è diventato una sala bingo. Mi divertiva Luigi Visconti, capocomico meglio noto come Fanfulla. Mi attiravano le sue ballerine. Certe strappone...».
Poi si lamenta se le danno del qualunquista.
«Ma io non mi lamento. Sono un qualunquista. Nel senso che la satira deve colpire in qualunque direzione».
E io pago! che spettacolo è?
«Il sentimento dell’epoca. Sentirsi spremuti come limoni è una condizione più morale che materiale. L’italiano medio ha la molesta sensazione che possa arrivare qualcuno da un momento all’altro a dirgli: “Sei in castigo!”. Come nel 1600, quando il vicerè imponeva la gabella sul grano. Siamo alla rivolta di Masaniello».
A che serviranno tutte ’ste tasse?
«Ad alimentare l’arroganza di chi si sente nel giusto e crede di poter fare qualsiasi cosa. Pensi solo alla macabra idea di assumere 350.000 precari statali pagandoli con i soldi dei morti. Depositi dormienti, li chiamano. Siccome nelle banche ci sono 15 miliardi di euro che i titolari dei conti correnti non movimentano da anni, glieli fregano».
Sarebbe come se io trovassi per terra un portafoglio gonfio di denaro, con dentro una carta d’identità, e decidessi di tenermelo perché mi manca il tempo di rintracciare il proprietario.
«Fino a ieri si chiamava appropriazione indebita».
Perché Telecom-media all’italiana?
«Perché il caso Telecom ha segnato il punto di rottura. Tronchetti Provera che sventola il piano scritto dal consigliere di Prodi, il presidente del Consiglio che dice di non saperne nulla, il suo braccio destro che usa la carta intestata di Palazzo Chigi epperò sostiene d’aver agito di testa sua. È la tipica commedia all’italiana. L’hanno fatto insieme? Cercavano di tirarsi un bidone l’un l’altro? Insomma, quali erano le parti in commedia? Sembrano i burattini del Pincio che si danno le legnate in testa».
A lei quanto toccherà pagare in più?
«E che ne so? Ho un rapporto distaccato col denaro. Non gli corro dietro. Ho capito questo, col tempo: l’unico modo per difendersi dal denaro è non avere bisogni eccessivi. Non ho né ville al mare né auto di lusso. Basta spendere una lira in meno di quello che si guadagna. Il principio opposto all’etica capitalista».
Che cosa trova di comico in Prodi?
«La gestualità. Sembra sempre alla ricerca del modo per farsi accettare. E la sentenziosità, quel bisogno spasmodico d’essere netto, definitivo».
A commento dei fischi di Bologna, l’ho sentito dichiarare: «Quello che ho detto, ho detto. E quello che ho detto, ho detto».
«Ma non si capisce che cosa ha detto. Mi ricorda il tenore Alagna che abbandona il palcoscenico infastidito perché il loggione della Scala lo contesta. I fischi sono parte integrante della recita. Se non riesci a sopportarli, non puoi fare teatro».
Lei è mai stato fischiato?
«Purtroppo no».
Quali altri esponenti del governo la fanno più ridere?
«Quel Sircana, il portavoce del premier. Sembra il fratello di Bela Lugosi. Anzi no, pare uno della famiglia Addams. Ma anche Fassino... Inquietante».
E dell’opposizione?
«Berlusconi è umanamente piacevole. Il che non mi ha impedito, mentre stava al governo, di canzonarlo in Miconsenta, scritto tutto attaccato. Alcuni operatori di satira non capiscono che si può essere feroci senza impiccare la gente. A loro sfugge la differenza fra sarcasmo e insulto. Perché oggi non si vedono all’opera? Roberto Benigni dice che dopo aver bastonato per cinque anni il governo ora la satira deve concentrarsi sull’opposizione. Be’, non v’è nulla di paradossale in questa battuta. La verità è che sono tutti embedded».
Cioè intruppati con la sinistra.
«Ecco, la vera satira dovrebbe mazzolare chi esercita il potere intellettuale da 50 anni, dettando stili di vita, opinioni politiche, tendenze estetiche. Io ammiro Benigni quando recita La Divina Commedia, ma non è che lo abbiano nominato mostro sacro per Dante, mi pare».
Che comicità è quella del Bagaglino?
«Popolare».
Ma che bisogno ha delle licenziosità?
«Non capisco l’avversione per i doppi sensi. Le opere di Plauto e di Shakespeare ne sono zeppe».
Non crede che le torte in faccia fossero poco divertenti già ai tempi di Ridolini?
«Le ha inventate Charlie Chaplin, che passa per santo. Doveva fare una gag con un sacco di farina, ma costava troppo. Ripiegò su una torta alla panna».
Per quale delle showgirl che ha lanciato sanguina il suo cuore?
«Ho mantenuto un rapporto confidenziale con tutte. M’interesso della loro vita, della loro carriera. Mi vedono come uno di famiglia».
Ha definito Emy Bergamo «un talento di cui si parlerà». Che cos’ha di tanto speciale?
«Una voce molto bella, che sa usare con teatralità».
Ah però, la voce. E le misure?
«Mai preso le misure alle mie attrici».
Va a occhio.
«È il viso che guardo. Questa storia del 90-60-90 non l’ho mai capita. È 91? È 93? Embè? Ti può piacere anche una donna fuori misura. Il fascino risiede nella stravaganza, sfugge al metro».
Nei suoi varietà c’è sempre una mora e una bionda. In ossequio alla par condicio?
«Lo spettacolo si regge sulla contrapposizione. Perché il protagonista ha bisogno di una spalla? Il pubblico è portato per sua natura a parteggiare».
Anche Antonio Ricci sceglie le veline una mora e una bionda. Lei è di destra, Ricci di sinistra. Razzismo bipartisan?
«Qui ti danno del razzista anche se metti lo zucchero bianco nel caffè nero».
Non sarà che avete bisogno, come i macellai, di esporre in vetrina carne sempre fresca?
«Mamma mia! L’immagine non è molto appropriata. Però è vera una cosa: oltre alle battute, devi continuamente rinnovare anche le facce, il glamour».
Ma lei personalmente le preferisce more o bionde?
«Bella domanda. Dipende dai periodi. Non esistono le more e le bionde. Esistono donne che sono casualmente more e donne che sono casualmente bionde. C’è stato un momento in cui ero molto attratto da Kim Basinger, così come da giovane il mio ideale di perfezione era incarnato da Ava Gardner».
S’è mai innamorato delle sue soubrette?
«Forse sì».
Corrisposto?
«Sì».
Il rapporto che è durato di più?
«Anche anni. Quando sei stato innamorato, l’amore non finisce mai. Resti innamorato di quella donna per sempre, seppure in forma diversa».
Non poteva radunare tutte le sue bellone in una scuderia, come ha fatto Lele Mora? Sarebbe campato di rendita.
«Nooo, mai! Me sento li gricciori ggiú ppell’ossa, per dirla col Belli, se solo tentano d’offrimi un caffè. Figuriamoci la percentuale! Sotto questo aspetto non sono un contemporaneo. Le avrei pagate io per il piacere di rappresentarle. Sarei morto di rendita».
Mora è l’agente di Aida Yespica.
«Sì, e non capisco la demonizzazione che ne stanno facendo. Manco un avviso di garanzia, gli hanno recapitato, e già si ritrova condannato all’ergastolo a mezzo stampa. Mi sembra un modo gaglioffo per sfogare l’invidia. Perché Mora ne ha suscitata tanta, eh! Le ville in Sardegna, Costantino e gli altri tronisti che gli massaggiano i piedi, gli aerei, le feste... L’invidia è il motore dell’attività umana».
Dice la Yespica che sul comodino tiene la Bibbia. Ci crede?
«Perché non dovrei?».
Ma dopo due recite a sera le avanzerà il tempo per leggerla?
«Le donne di spettacolo sono sorprendenti. Valeria Marini è religiosissima. Una volta mi diede appuntamento in piazza San Silvestro. Al mio arrivo, lei usciva dalla chiesa: era stata un’ora a pregare. Le attrici vivono situazioni di grande instabilità professionale ed emotiva, hanno bisogno di ancorarsi a qualcosa».
Come ha fatto in tanti anni di lavoro con le vamp a non lasciarsi mai sfiorare da un sospetto?
«O me la dai o scendi, è questo che intende dire? La prenda come una prova di dignità. Che rispetto puoi avere di te stesso se l’intimità di una donna la conquisti col potere? Che soddisfazione c’è a sapere che verrà con te solo perché le offrirai una parte? È da infami. Forse m’ha salvato la mia presunzione. Su di me possono dire qualunque cosa. Questa certamente no».
Con le sue attrici è molto esigente?
«Abbastanza. Se non si applicano o non sono puntuali, vengo preso da conati di violenza. Che per fortuna restano tali. In passato urlavo, perché ero consapevole della mia insicurezza. Ora non più. L’autorità può esprimersi solo con l’autorevolezza».
Se sente parlare di «mercificazione della donna», che fa? Mette mano alla pistola come Goebbels quando gli nominavano la cultura?
«Una donna che posa per un servizio fotografico e ne ricava la giusta mercede, è mercificazione? Detesto questo moralismo bigotto che tende a dare una connotazione negativa a tutto. Io ho una passione dannunziana, rétro, per le attrici. Ho speso più quattrini in rose rosse che in qualsiasi altro modo. Alla fioraia di via di Tor Fiorenza ho già detto che dovrà murare una lapide commemorativa nel suo negozio».
Ho visto che la Banca d’Italia ha messo all’asta il Salone Margherita.
«Non me ne parli. Mica avrà bisogno di soldi? Se li stampa da sola, i soldi! Non capisco. È il teatro in cui recitarono Petrolini, Totò, Aldo Fabrizi, la Bella Otero, Lina Cavalieri, in cui Maria Campi inventò la mossa. È un gioiello dell’architettura liberty. Mi sento offeso sul piano estetico: sui giornali la pubblicità dell’asta era identica agli annunci che si fanno per vendere un garage».
Però anche la direzione del teatro, nel suo piccolo, mette all’asta slip e reggiseni. Che cos’è? Una gara per feticisti?
«Come, come, come? Mettiamo all’asta? Ma davvero? Non è possibile».
«Slip, reggiseni, guanti, piume, applicazioni, collarini, calzature», così ho letto.
«Sapevo dei costumi di scena, venduti per rinnovare il guardaroba, ma non delle mutande».
C’è una battuta di cui ancora si vergogna?
«Me la so’ scordata».
E una di cui va orgoglioso?
«Avevo scovato Pierluigi Zerbinati, un rappresentante di casalinghi che era il sosia perfetto di Craxi. I corazzieri gli facevano il saluto. A Otranto, nel periodo di Tangentopoli, fu inseguito per strada dalla folla inferocita: credevano fosse il Bettino vero e lo volevano menare, fu salvato da una pattuglia della polizia. In una scenetta chiedevano a un nonnetto che lo aveva scambiato per Mussolini: “Lei non crede che Craxi sia un uomo con i coglioni?”. E il nonnetto rispondeva: “Sì, però i coglioni bisogna averli sotto, non intorno”».
Mi dia una definizione di volgarità.
«È dire una cosa fuori luogo. Non è questione di che cosa dici, ma di come, dove e quando la dici».
I critici non hanno mai amato il Bagaglino. Al debutto, nel 1965, scrissero che sarebbe sparito nel giro di 15 giorni. Si sente incompreso come Totò, Franco Franchi e Ciccio Ingrassia, riabilitati post mortem?
«Spero che muoiano prima loro, i riabilitatori. Comunque, lunga vita ai critici».
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