Al Pini mancano 90 medici: ortopedia aperta solo a metà

Materassi imballati e stanze chiuse nella nuova struttura per la riabilitazione. Non c’è il personale

I primi pazienti sono arrivati a metà dicembre. Non più di una cinquantina e tutti concentrati al secondo piano. Negli altri tre, da due mesi c’è un gran deserto. Dietro le porte delle stanze chiuse a chiave, solo letti nuovi con materassi ancora imballati. «Che senso avrebbe mettere le lenzuola?» si domanda Amedeo Tropiano, direttore generale del Gaetano Pini.
Milano, via Isocrate: ecco il nuovo gioiello dell'ortopedia meneghina. Una struttura nuovissima dedicata alla riabilitazione, ma utilizzata solo in parte. Perché? «Manca il personale - spiega Tropiano - la Regione non può finanziare l'assunzione delle 90 persone necessarie per far funzionare a regime questa struttura». All'appello, ora si contano solo 76 assunti e tra questi, solo 11 medici. «Ma ne servono almeno 90 in più», lamenta Tropiano. Ortopedici, fisiatri, radiologi, «ci mancano ancora 12 specialisti per far fronte alle esigenze di tutti i nostri possibili degenti». Possibili sì, perché attualmente sono solo 50, «e tutti ospitati al secondo piano». Il terzo e il quarto, invece, ancora chiusi, «anche se da due mesi sono pronti per accogliere altri 74 pazienti».
In tutto 124 malati provenienti da tutta Italia che potrebbero trascorrere il periodo di riabilitazione («in media la degenza si aggira sui 15 giorni») nella nuova struttura che ospita piscine, palestre, strumenti di diagnostica digitali e ancora una biblioteca, la sala hobbies e quella dedicata ai giochi dei bambini.
La Finanziaria 2008 all'origine di questo pasticcio. «Riguardo le assunzioni, impone alle Regioni gli stessi limiti del 2006, un tetto che di fatto ci impedisce di lavorare». Senza il personale, la struttura costruita per sostituire il vecchio padiglione di viale Monza 223, è costretta a restare chiusa, almeno in parte. Anche se tutto è pronto e a Milano le liste d'attesa per fare riabilitazione continuano ad allungarsi.
La prima pietra è stata posata nel 2003, poi i lavori da 18 milioni di euro per il 98 per cento investiti dalla Regione, e infine il trasloco, nel dicembre scorso, senza alcuna inaugurazione in pompa magna.
«È possibile che nessuno ci abbia pensato prima?». È sdegnato Emilio Didonè, responsabile Cisl per la sanità: «Hanno avuto tutto il tempo per pensare al personale, dovevano mettere in conto questo problema». Per correre ai ripari, ora la Regione sta cercando una soluzione per aggirare il limite imposto dalla Finanziaria, ma se la situazione non dovesse sbloccarsi entro un paio di settimane, Tropiano vuole proporre al Pirellone e ai sindacati un piano alternativo: «Una gara di appalti esterni per caricare i costi dei nuovi contratti sulle spese di servizio e non su quelle del personale». In altre parole, «uno slalom per cercare di allungare una coperta, che ormai da molti anni, sembra essere diventata davvero troppo corta».