Pink Floyd, effetto Hyde Park Forse nuovo album e tour

A Londra il gruppo insieme dopo 24 anni. David Gilmour favorisce le voci: «Ogni nostro litigio oggi sembra una sciocchezza». Intanto la critica incorona Madonna

Paolo Giordano

nostro inviato a Londra

Poi quando si sono accese le luci, trecentomila watt di luci, e l’eco di Confortably numb era già in fondo a Hyde Park, Rogers Waters ha richiamato David Gilmour e il gruppo si è abbracciato sul palco. Ventiquattro anni dopo. Non se lo aspettava nessuno, anche se nei camerini, mentre Bill Gates chiedeva ridendo a tutti gli artisti di fare una foto con lui, a Gilmour erano scappate le parole magiche «qualsiasi nostro litigio sembra una stupidaggine in questo contesto» senza avere sulle labbra il suo solito ghigno sardonico. Dunque i Pink Floyd sono tornati «livegreat», come dicono gli inglesi giocando per assonanza con Live Eight, o forse sono tornati e basta.
Parlando con un giornalista del Yediot Ahronot di Tel Aviv poco prima di salire sul palco, il batterista Nick Mason si è addirittura detto disponibile a suonare «qualora israeliani e palestinesi facessero la pace» e insomma l’idea è che il muro sia finalmente crollato e il gruppo, che è uno dei più significativi della storia del rock, potrebbe rimettersi in carreggiata. Innanzitutto il prologo. Trentadue anni dopo la pubblicazione, l’album Dark Side of the moon dei Pink Floyd è ancora tra i primi duecento della classifica americana. L’intellettualismo spettacolare dei loro concerti (The Wall, Momentary lapse of reason) è, ancora oggi, uno dei punti di riferimento degli allestimenti rock e l’etereo abbinamento tra virtuosismi ed essenzialità degli arrangiamenti rimane sempre un macramé inimitabile. Forse per questo la loro possibile riunione ventiquattro anni dopo l’ultimo concerto all’Earls Court Arena di Londra, sarebbe una delle poche a non scatenare pernacchie disilluse. Lati positivi: nonostante l’età (sono quasi sessantenni), i Pink Floyd non si trasformerebbero in un carrozzone stile Rolling Stones perché la loro musica, le pose, l’instancabile ricerca stilistica li preserverebbe ancora dagli eccessi grand guignol. Lati negativi: dopo un quarto di secolo di litigi, avvocati tribunali e risarcimenti, la convivenza sotto lo stesso tetto tra Waters e Gilmour sarebbe complicata e affascinante come quella tra Henry Fonda e Katharine Hepburn in Sul lago dorato. Però, dice chi li conosce bene e con Gilmour ha un rapporto d’amicizia quasi ventennale, «si può essere moderatamente ottimisti: qualcosa bolle in pentola e, sapendo com’è fatto David, è difficile che decida di tornare solo per andare a fare un giro di concerti. Preferirebbe registrare qualcosa, magari un disco intero se ritorna l’ispirazione».
Dopo aver suonato quattro brani, aver lasciato pulsare Breathe e rimbombare il basso di Money, dietro al palco Gilmour ha semplicemente detto che «è stata un’emozione enorme sentire come sono bravi» e poi se ne è andato, in giacca blu e sorriso tirato come il solito e come il solito avvolto in una nuvola di riservatezza. Il loro show, mentre Geldof nel backstage si stava macerando causa lo sforamento della scaletta di quasi un’ora, è stato probabilmente il picco artistico del Live 8 di Londra, altro prodigio di un concerto che ha ridato a Madonna quello spessore emotivo che spesso non ha avuto (e che i giornali di tutto il mondo questa volta le riconoscono) e per una volta ha tolto a Paul McCartney la permalosità aristocratica di chi resterà pur sempre un Beatle a vita.
E così, mentre Youssou N’Dour lamenta ancora che «non si può fare festa all’Africa senza gli artisti africani nel cast», l’onda lunga e musicale del Live 8 potrebbe portare la rinascita di un gruppo che nelle sue isteriche tensioni intellettuali o negli opachi scontri d’affari ha comunque mantenuto quella vitalità che quattro canzoni in un quarto d’ora, giusto dopo mezzanotte nel centro di Londra, hanno esibita intatta sul vassoio del Live 8.