«Pink Floyd nel cuore ma guardo avanti: Waters è il passato»

Il chitarrista della storica band sarà il 2 agosto in Piazza del Campo a Firenze e il 4 e il 5 in San Marco a Venezia. «La musica funziona meglio in un luogo suggestivo»

Antonio Lodetti

da Milano

L’anno scorso Live 8 ha visto riaccendersi la fiamma, ma è stato solo un bagliore. L’ultimo concerto dei Pink Floyd. Poi David Gilmour (insieme a Rick Wright) da una parte e Roger Waters dall’altra hanno ripreso una frenetica attività, quasi una sfida a distanza sull’onda delle suggestioni pinkfloydiane. Waters ha portato The Dark Side of The Moon all’Arena di Verona, Gilmour ha pubblicato il nuovo album On An Island, ha suonato a Roma e agli Arcimboldi di Milano e ora prepara un’estate di fuoco con tre concerti «open air»: il 2 agosto in Piazza Santa Croce a Firenze e il 4 e 5 in Piazza San Marco a Venezia.
Caro Gilmour, un mito come lei continua a rimettersi in gioco.
«La musica è una sirena cui non si può dire di no. Ho avuto tutto il tempo per ricaricare le batterie, a più di dieci anni dall’ultimo album dei Pink Floyd. Il rock è il mio lavoro».
Lavoro? E tutti gli ideali, le suggestioni che avete alimentato?
«Ho la fortuna di regalare emozioni alla gente, metto in campo tutta la mia creatività per trasformare i suoni in arte ma tengo sempre i piedi per terra. È un lavoro privilegiato fatto con l’anima, con le dita e con la fantasia».
Davvero chiuso coi Pink Floyd?
«Sì, è finita. È stata una storia fantastica che porterò sempre nel cuore ma continuare sarebbe un errore, sia artisticamente che fisicamente. Come gruppo abbiamo dato il meglio e creeremmo nei fan aspettative sbagliate. Poi a 60 anni un tour dei Pink Floyd metterebbe in moto un meccanismo gigantesco, non avrei più la forza di sopportarlo».
Comunque nella sua band c’è Rick Wright, quindi siete metà Pink Floyd.
«Sì ma il resto del gruppo è cambiato con grandi artisti come l’ex Roxy Music Phil Manzanera alla chitarra e Dick Parry al sassofono».
Waters: amico nemico o rivale?
«Nessuna di queste cose, lui è fatto per lavorare da solo, così segue la sua strada e io la mia».
Ma spesso eseguite gli stessi brani.
«Ma con spirito diverso. A lui piace farsi vedere, forse è più legato al passato. Io ho scritto un nuovo album; lui propone Dark Side. L’album dei Pink Floyd più “suo”, quello più vicino alla sua visione della vita, è The Wall. Non lo seguo, ma siamo in buoni rapporti: possiamo anche trovarci nello stesso studio a suonare per divertirci ma finisce tutto lì».
Comunque per lunghi anni vi siete parlati solo attraverso gli avvocati.
«Erano questioni d’affari, niente di personale».
E Syd Barrett?
«Con il suo ritiro il rock ha perso una delle stelle più luminose. Il suo genio sta nella sua schizofrenia. Dal ’68 l’ho visto una volta sola. Vive a Cambridge in un mondo tutto suo. Qualche volta gli scrivo ma non risponde mai».
Com’erano i Pink Floyd agli esordi?
«Ragazzini che uscivano dalla scuola d’arte e che hanno avuto la fortuna di vivere nella Londra che esplodeva di idee, sesso, psichedelia, blues».
Ma voi avete pensato subito ad un suono diverso, cerebrale, intellettuale.
«Come tutti i ragazzini all’inizio pensavamo al successo, ai soldi, alle macchine, alle donne. Poi ci siamo concentrati sull’estetica musicale, sulla ricerca di qualcosa di nuovo che mettesse insieme i nostri gusti».
Che erano?
«Il country blues prima di tutto, infatti prendiamo nome da due bluesman dimenticati come Pink Anderson e Floyd Council, e poi il primo blues inglese. Ma anche la musica classica, Mozart, Stravinskij e i musical come West Side Story».
E la scintilla come è scoccata?
«Dalla voglia di uscire dai limiti fisiologici del pop convenzionale».
Oggi lei ha pubblicato On An Island, il tempo è passato, come è cambiato?
«Ora sono un uomo tranquillo ma non credo che ciò limiti la mia voglia di sperimentare. Amo mia moglie e i miei otto figli, le auto, le chitarre d’epoca, il calcio, guidare l’aereo e aiutare chi ha bisogno. La serenità è il tesoro più difficile da trovare».
Sua moglie Polly scrive i testi delle sue canzoni.
«Sì, ha una grande immaginazione».
La serenità è l’elemento dominante del suo cd, che ha comunque un suono molto pinkfloydiano.
«Non potrei mai tradire le mie radici ma credo sia un lavoro molto personale».
Ci sono ospiti come Crosby & Nash...
«Sì, persone che condividono la mia visione del mondo e dell’arte. Quando possono suonano con me anche dal vivo e recentemente ho invitato anche David Bowie».
C’è qualcosa nel suo passato artistico che non rifarebbe?
«No, non mi pento di nulla».
E una cosa che non farebbe mai?
«Cantare un pezzo sul genere di My Way».
Torna ai concerti all’aperto in Italia in luoghi d’arte.
«Amo il vostro Paese e la mia musica funziona meglio quando il paesaggio è particolarmente suggestivo».