Pinocchio, la fiaba diventata capolavoro per uno sbaglio

Eleonora Barbieri

«È una bambinata». Carlo Lorenzini, in arte Collodi, nel 1881 invia le prime pagine di un suo scritto al Giornale per i bambini, con una nota: «Ti mando questa bambinata, fanne quel che ti pare; ma, se la stampi, pagamela bene per farmi venir la voglia di seguitarla». I piccoli lettori di fine Ottocento non hanno dubbi: le puntate di quella «Storia di un burattino» devono proseguire, quella bambinata è destinata a trasformarsi in un capolavoro della letteratura italiana. Le avventure di Pinocchio diventano un libro, pubblicato dal fiorentino Felice Paggi, nel 1883 e, da allora, le edizioni si sono susseguite in tutto il mondo, con traduzioni persino in latino e in esperanto: un successo che ha esportato il burattino di Collodi anche sul grande e piccolo schermo (le regie più celebri sono quella di Luigi Comencini nel '72 e, trent'anni dopo, quella di Roberto Benigni, oltre al cartone targato Disney) e nel mondo della musica, con i Pooh.
Pinocchio è un burattino, creato da Geppetto, mastro falegname, intagliando un pezzo di legno, ma si comporta come un ragazzino, dispettoso e ingenuo allo stesso tempo: combina un guaio dopo l'altro e, soprattutto, è decisamente incline alla menzogna. Un dettaglio non irrilevante, dato che il naso gli si allunga di conseguenza: e la metamorfosi è ormai entrata a far parte del comune gergo familiare quale spauracchio per tentare di arginare le bugie dei piccoli. Indimenticabili, oltre al naso di Pinocchio, anche gli altri personaggi del libro: innanzitutto il Grillo parlante, la coscienza nascosta del burattino, noioso e pedante perché cerca di risparmiargli incidenti di percorso e cattive compagnie. Ma il grillo è regolarmente zittito a colpi di martello. Non perché Pinocchio non sia un bravo burattino: le buone intenzioni non gli mancano, quel che deve rimediare sono un po' di esperienza e di furbizia. Doti che abbondano nel caso del Gatto e la Volpe, esperti camuffatori di disgrazie e ladri dei pochi quattrini di Pinocchio, abbastanza sicuro di sé da disobbedire regolarmente a Geppetto ma altrettanto credulone da fidarsi dei due. Risultato: i suoi quattro zecchini, seminati nel Campo dei miracoli, anziché fiorire in pianta rigogliosa finiranno nelle tasche dei due compari.
C'è l'abbecedario, quello che Geppetto compra vendendo la giacca e che Pinocchio scambia con i biglietti per il teatrino di marionette, dove sarà graziato dal terribile Mangiafuoco; c'è il traviatore Lucignolo, che riesce a convincere il burattino a seguirlo nel Paese dei balocchi. A scuola Pinocchio si annoia, preferisce divertirsi. La morale non tarda a manifestarsi: da burattino a ciuchino, con orecchie d'asino e voce mutata in raglio. Pinocchio non si risparmia disavventure, come vuole la tradizione del romanzo picaresco e di formazione, ma la vita del giovane burattino e del padre falegname è anche un ritratto dell'Italia post-Risorgimentale, di quella Toscana contadina che risuona anche nella lingua, arricchita di espressioni tipiche del dialetto fiorentino: un'epoca che è stata ricostruita per immagini (intarsiate non a caso nel legno) da Sigfrido Bartolini, che ha creato le oltre 300 xilografie per l'edizione a cura della Fondazione Pinocchio. «Ho voluto riprodurre anche il paesaggio toscano che fa da tacito sfondo al romanzo - racconta - e poi tutti gli oggetti del mondo contadino, strumenti dei campi, pentole e treppiedi per la casa, fino ai barattoli di medicine e agli zecchini del Granduca». Con qualche tocco di interpretazione: «Al pescatore verde, quello che vorrebbe friggere Pinocchio insieme al pesce, ho dato il volto di Karl Marx: perché chi finisce nella sua rete è fritto».
Fiaba realistica e cruda e insieme magica, con animali che parlano e l'immancabile fata dai capelli turchini, che salva Pinocchio dalla perdizione: anche se il vero artefice della mutazione in bambino sarà lo stesso burattino che, come nella migliore delle morali, impara la lezione e soccorre Geppetto dalle fauci del pescecane, grazie a un mare di acqua purificatrice. Storia per piccoli e per adulti, complice l'ironia toscana di un Collodi giornalista: come nel ritratto del giudice, che condanna Pinocchio perché è stato derubato. Si capisce: il magistrato-scimmione ha gli occhiali d'oro, ma gli mancano le lenti.