Il Pinochet vietato

C’era una volta la «salsa cilena», che doveva condire l’Italia. In questi giorni stiamo assaggiando la «salsa italiana» con cui stiamo annaffiando il Cile. L’uno e l’altro evento costituiscono soprattutto una distorsione, dovuta in parte ma non solo a semplicismo; solo che quella vecchia era uno sbaglio con delle attenuanti, mentre quella di oggi proprio non ne ha. L’occasione è, naturalmente, la morte di Augusto Pinochet, che ha avuto da un infarto il colpo di grazia a una carriera da cui egli è uscito come ex dittatore ed ex presidente, ex golpista ed ex senatore a vita, ex repressore ed ex perseguitato, ex amnistiato ed ex incriminato, ex arrestato ed ex rilasciato. E, finalmente, ex vivo.
Tutto questo accumularsi di ruoli si riflette nelle reazioni che il non sorprendente decesso di questo novantunenne ha suscitato in tutto il Cile, rivelandolo una volta di più aspramente diviso. Non, si noti, da drammi attuali o da situazioni di crisi, economica o di identità. Al contrario, il Cile è per molti aspetti (quasi tutti) il «primo della classe» dell’America Latina. La violenza emotiva sta dunque nel ricordo, nel giudizio su un passato e su un uomo la cui morte è stata e viene salutata nelle stesse ore, nelle vie e nelle piazze di Santiago, con amarezza e rancore e con compianto e gratitudine. In parti uguali, o quasi. Le visioni delle contrapposte veglie confermano, anche con il «conto delle teste», i risultati delle ultime e penultime elezioni (con i «nostalgici» appena al di sotto del 50 per cento) e dei sondaggi funerari: metà Cile avrebbe voluto per Pinochet i funerali di Stato che il governo ha negato, metà Cile (qualcosa come il 52 per cento) è d’accordo nel vietarli. Parlano per metà Cile coloro che brindano al decesso e scandiscono «assassino»; e per metà Cile coloro che intonano alla sua memoria peana di gratitudine. Santiago democratica e prospera del 2006 o rimprovera al dittatore defunto l’uccisione della democrazia nel 1973 e il sangue che essa versò; oppure ricorda ed elogia la prosperità che la dittatura ha inaugurato e lasciato in eredità al Cile ritornato libero.
Di tutto questo intrico di sentimenti, risentimenti, ricordi e fatti non si ha però notizia né spiegazione nel quasi unanime coro dei media italiani ed europei in genere. Da cui appare un popolo cileno unito e concorde nel festeggiare il decesso dell’ex tiranno, nel brindare alla sua dipartita oppure addirittura dolersene perché così «è scampato al processo e alla condanna». Tutto questo ce lo raccontano, una volta di più, all’unanimità, ignorando o minimizzando metà delle dimostrazioni che riempiono le ore fra il decesso e le esequie, delle code di ore ed ore davanti alla porta della camera ardente. Non si tratta, si badi, di concordanza indebita di giudizi: perché quasi nessuno in Occidente ha oggi più dubbi che le dittature militari sudamericane, uno dei tanti retaggi della Guerra Fredda come si è combattuta nelle periferie del mondo, siano state brutte pagine. Da aggiungere, non da contrapporre, alle altre brutte pagine delle «rivoluzioni», a cominciare dalla più mitizzata fra tutte, quella di Fidel e del Che. Quello che è indebitamente unilaterale non è l’opinione, ma il racconto.
Naturalmente una spiegazione c’è, ed è quella cui si accennava all’inizio delle «salse». Per gran parte del mondo politico italiano le cronache dal Cile non furono, negli anni Settanta, cose di Paesi stranieri, ma argomenti diretti di politica interna. Le contemporanee violenze, i golpe, i desaparecidos argentini erano roba d’altri: noi eravamo tutti cileni. Il golpe di Pinochet mise fine a un muro contro muro tra le Sinistre guidate da Salvador Allende e i centristi democristiani che costituivano l’opposizione. E che erano la maggioranza in Parlamento, quella che «invitò» l’esercito, e dunque il suo comandante in capo Pinochet, ad «agire» per ristabilire la legalità democratica. Fu lo spavento di fronte alle conseguenze di quello scontro a far nascere in Italia quella che molti vissero come la sola alternativa alla «via cilena»: un «compromesso storico» fra cattolici e comunisti, un «muro» contro denunciate tentazioni autoritarie, un «papocchio» istituzionalizzato che avrebbe dovuto congelare fino al tempo dei tempi i rapporti di forze a Roma. Fu la versione sinistra della «salsa cilena». Quella che non è mai stata scartata e che oggi ci governa. Ecco perché di un ormai remoto evento sudamericano si parla come se fosse cronaca di oggi da noi.