Pinuccia, che a soli tredici anni scoprì l’orrore dell’odio partigiano

Ricevo una telefonata, la voce è femminile e gentile, dice di essere una compagna di scuola e di collegio della Giuseppina Ghersi, un caso terribile di cui mi sono occupato in diverse occasioni. La persona al telefono mi chiede un incontro per potermi raccontare alcuni fatti, forse nuovi, relativi alla vicenda. Accetto molto interessato e fissiamo l’incontro a casa della signora per il pomeriggio del giorno successivo.
Mi reco all’appuntamento, in una zona residenziale, in collina, la signora, classe 1929, mi riceve in compagnia del marito suo coetaneo, in un salotto di un soleggiato appartamento in elegante una palazzina. Nativa del ponente ligure, ha accettato di incontrarmi per parlare di una ragazzina, Giuseppina Ghersi, con cui per alcuni anni ha condiviso esperienze scolastiche e di permanenza di vita in un convitto retto da suore. Il convitto in oggetto, non esiste più, ma era un tempo posizionato in Via Torino a Savona.
La compagna di scuola di cui desidera parlarmi è da tempo diventata una icona moderna della sofferenza e della ingiustizia, l’adolescente tredicenne savonese fu, come è noto, rapita, seviziata e assassinata da tre poliziotti ausiliari partigiani a fine aprile del 1945. Il caso della giovanissima vittima dell’odio fazioso ha appassionato Savona e continua a farlo, diventando un caso soprattutto umano ma anche politico, al centro di discussioni spesso violente tra chi vuole riportarlo, in modo corretto, alla luce e chi invece tende contestualizzarlo e ad incasellarlo in una normalità bulgara che fa poco onore ad una comunità umana. La signora che mi racconta le sue vicende non è sicuramente giovanissima infatti è nata nel 1929, ma ricorda con chiarezza i fatti di cui parla come se li avessi vissuti pochi giorni fa.
La signora di cui per discrezione taccio il nome, rammenta di aver trascorso alcuni anni della sua vita scolastica con la Giuseppina Ghersi, la quinta elementare e tre anni delle medie e soprattutto ha presente con nitidezza di aver condiviso tre anni di permanenza in un collegio–convitto, presso le Suore delle Rossello, in un fabbricato sito in Via Torino angolo Via Falletti, nel quartiere di Villapiana a Savona
In questo istituto erano inserite numerose ragazzine le quali consumavano i pasti e trovavano un luogo dove dormire al sicuro, molte di loro erano provenienti da fuori Savona e altre erano cittadine savonesi i cui genitori, lavorando, non potevano occuparsi in modo pieno di loro. Era appunto il caso della Ghersi i cui genitori gestivano una attività di vendita di alimentari e verdure, pertanto non avevano il tempo di seguire l’educazione e la formazione culturale della bimba.
Spesso il padre della Ghersi veniva a visitare la figlia per informarsi del suo rendimento scolastico o per portarle dei ricambi di abbigliamento, la signora lo ricorda come un uomo magro e minuto, dal colorito scuro, con i capelli ben ravviati, dal naso pronunciato, molto somigliante alla figlia, anch’essa scura di carnagione, con i capelli nerissimi, gli occhi vivacissimi e un naso sottile ed evidente ma molto vivace e solare.
Mentre il padre era calmo e riservato, la ragazzina all’opposto era molto esuberante e simpatica, sapeva stare con naturalezza al centro dell’attenzione delle compagne di collegio, parlava continuamente di ogni argomento con tutte le ragazze e sorrideva spesso di cuore a testimoniare un carattere gioviale e aperto. La Ghersi, denominata Pinuccia, amava canticchiare un motivetto molto in voga in quegli anni, eseguito alla Radio, da un trio femminile «le Lescanos», la canzone molto orecchiabile e scandita era tuli–tuli–tuli pan. La signora ricorda una splendida foto della Giuseppina che ebbe in regalo dalla sua compagna, era un primo piano in cui la ragazzina con uno scherzoso atteggiamento imitativo, da donna fatale, fingeva di fumare una sigaretta, spenta ovviamente, che teneva fra le dita mentre rivolgeva lo sguardo verso l’alto in modo pensieroso.
La vita nel collegio convitto era tranquilla e rassicurante, tutte le mattine le suore incolonnavano le ragazzine e le accompagnavano dal collegio a scuola, le lezioni curriculari si tenevano presso l’Istituto Rossello che aveva sede alla sommità di una lunga scalinata che aveva inizio dalla piazza Diaz dove era anche il teatro Gabriello Chiabrera.
I vecchi Savonesi ricordano bene queste colonne di ragazzine festanti che attraversavano la città per raggiungere la scuola sulla collina e iniziare le lezioni. Era uno spettacolo gioioso, fra queste ragazzine incolonnate che riempivano i marciapiedi cittadini, c’era anche Giuseppina Ghersi inconsapevole del suo tragico futuro. Alle 13, le ragazzine facevano il percorso inverso per tornare nella struttura ospitante e fare pranzo, nel dopo pranzo dopo un riposino, le attendeva il dopo scuola per studiare e fare i compiti a casa, alla sera cena e quindi a dormire. Un ritmo semplice e regolare che le ragazzine accettavano e vivevano di buon grado.
Alla fine della settimana le allieve che risiedevano fuori Savona, facevano ritorno a casa dai loro genitori per trascorrere il fine settimana in famiglia. Il ritorno avveniva sempre con mezzi di fortuna, infatti i treni a causa dei frequenti bombardamenti, spesso, non viaggiavano anche perché erano anch’essi bersaglio dei caccia alleati che appena individuavano un convoglio scendevano in picchiata a mitragliarlo. In quel caso il treno frenava di botto e tutti scappavano a cercare riparo dalle raffiche degli aerei. Capitava spesso di trovare dita umane tranciate dalle pallottole degli aerei sotto i sedili a testimoniare la violenza degli attacchi dall'alto che comunque metteva in crisi i trasporti e la stessa normalità della vita della gente.
Le gallerie ferroviarie erano usate dalla gente come rifugio antiaereo dalla popolazione. Era il caso delle gallerie che collegavano Noli con Varigotti, dove centinaia di abitanti stavano, ore e qualche volta anche giorni,al riparo nel ventre del tunnel ferroviario, aspettando che i bombardamenti aerei cessassero. Queste incursioni, molto pesanti, erano decisamente indiscriminate, e avevano come obiettivo anche semplici insediamenti rurali e non solo strutture militari o industriali. Ovunque ci fosse dei movimenti di persone, segnalati dai ricognitori, si poteva avere la quasi certezza che a breve sarebbero piovute le bombe. Dal 1944, questi raid aerei erano aumentati di numero e di intensità e i morti nel savonese con si contavano più. Tosse un piccolissimo centro abitato sopra Spotorno che contava all’epoca circa 400 anime, fu duramente colpito ed ebbe ben ventisei caduti, i poveretti, che facevano parte di tre diversi nuclei famigliari erano raccolti in un rustico a due piani che venne centrato da una bomba.
Tornando alla piccola Ghersi, la signora mi racconta che nel 1945, la ragazzina che non aveva avuto alcun tipo di orientamento politico iniziò a manifestare la sua simpatia per il regime repubblicano e si presentò in alcune occasioni a scuola con l’uniforme, gonna e giacca di foggia militare, di colore grigioverde con il basco sul capo. In pratica quella la divisa delle ausiliarie della Repubblica Sociale Italiana. Questo significava essere praticamente condannati dopo l’aprile 45, con la discesa dei partigiani in città, a tutta una serie di cose terribili: sequestro e rapina, pestaggi, taglio a zero dei capelli, verniciatura del capo con pittura rossa, stupro di gruppo e anche all’ultimo esecuzione sommaria. La ragazzina, che era una forte personalità e decisamente coraggiosa nel manifestare le sue idee, non poteva neppure lontanamente immaginare cosa alcuni personaggi le stavano preparando, anzi svolge un tema scolastico in cui loda il Capo del Governo Repubblicano, Benito Mussolini, insomma peggio di così non poteva proprio fare.
In una lista di proscrizione stilata dai partigiani comunisti di una brigata Garibaldi, la ragazzina viene purtroppo già citata per nome e cognome e in tale elenco viene gratificata della qualifica di «spia fascista», già abbastanza per essere processata sbrigativamente e ammazzata senza dover dare giustificazioni, qualcuno aggiunge un ulteriore appunto a lato «viaggia armata».
Ho mostrato alla signora il rapporto della polizia politica partigiana, che peraltro riporta decine e decine di nomi di Savonesi spesso innocenti delle cervellottiche accuse a loro ascrittegli, e lei sorride, affermando che la povera Pinuccia era solo ed unicamente una simpatica ragazzina, estroversa e gioviale, con tanta voglia di vivere, buona e gentile, e che mai e poi mai avrebbe saputo o voluto portare con sé una pistola.
Intanto la situazione precipita, si arriva al 25 aprile 1945 con tutte le vendette e le esecuzioni sommarie che si susseguono a tamburo battente: Savona diventa un laboratorio di macelleria messicana, basta un nulla per essere «prelevati» dai partigiani comunisti e fucilati. Pinuccia Ghersi viene nascosta dai genitori, i poliziotti partigiani li arrestano e li mettono sotto torchio, con la violenza e l’inganno strappano loro il luogo dove si trova la loro piccola. Tre poliziotti partigiani, si recano immediatamente all’indirizzo della famiglia, presso cui si nascondeva la piccola, la sequestrano, nei giorni successivi dopo uno stupro di gruppo, e violentissimi pestaggi, sarà assassinata con il classico colpo alla nuca.
Il suo povero corpicino verrà abbandonato sul piazzale del cimitero di Savona, assieme a tanti altri, uguale a tanti altri uniti dalle violenze cieche e feroci, tragiche marionette disarticolate, con il viso irriconoscibile gonfio e tumefatto, i capelli incollati al cranio sfondato dalla materia celebrale, gli occhi aperti e increduli della sua sorte, la bocca distorta dalla sofferenza, i denti rotti e macchiati di sangue, i vestiti scomposti ed intrisi di liquido ematico…
Dopo il suo sequestro la piccola Ghersi non viene più vista a scuola e neppure al collegio convitto, il 27 aprile 1945, la tragedia è compiuta e notizia ne arriva alle suore, una di esse convoca le ragazzine che conoscevano la Giuseppina e comunica in modo asciutto e sobrio che la piccola è morta, la notizia viene data senza commenti. Quella sera le bimbe e le suore si raccoglieranno in preghiera per l’anima della Pinuccia.
Le ragazzine il giorno dopo sono sconcertate e sofferenti per la tragica sorte della piccola compagna verso cui nutrivano grande affetto ed amicizia. Decidono di recarsi presso il cimitero di Savona dove vengono a sapere che il corpo della Giuseppina Ghersi si trova ancora nella camera mortuaria, infatti dato l’alto numero di decessi da plotone di esecuzioni, i necrofori non riuscivano a tenere il ritmo delle inumazioni. Un gruppo di ragazzine fra cui anche la mia ospite, a piedi, raggiunge il camposanto che si trova in periferia e leggermente nell’entroterra, per dare l’estremo saluto alla loro piccola compagna. Una volta all’interno della cinta, vengono indirizzate nella camera mortuaria, entrate, osservano un serie di bare poggiate su delle assi. La bara dove è stata messa la ragazzina è già chiusa e il coperchio avvitato e, cosa strana, la parte superiore era tutta lorda di sangue, stessa cosa, le altre bare. Come se le casse fossero state ribaltate e i corpi sballottati sino a perdere una grande quantità di sangue e a macchiare i coperchi delle bare. Le ragazzine rimasero colpite di questo particolare e non poterono neppure dare una ultima occhiata alla loro amichetta, ma forse fu meglio così, visto lo stato in cui era ridotta a causa di ciò che aveva dovuto subire.
Mentre mi racconta queste cose, lo sguardo della signora è velato di tristezza, evidentemente sono riaffiorati antichi e tristi ricordi che sono stati sopiti per decenni e ora tutto di un colpo sono riemersi con violenza.
Ricordare serve a rielaborare certi fatti per meglio metabolizzarli, sarà, ma quello che questa donna, come molte altre, nel 45, hanno dovuto vedere o subire mi pare davvero troppo, soprattutto se l’iconografia ufficiale cerca di farla apparire come una epopea gloriosa, con i buoni e i cattivi tutti da una sola parte.
Mi congedo dalla Signora, con un pochino di tristezza nel cuore, al pensiero che i tre criminali i quali compirono quei gesti orrendi e bestiali sulla povera Pinuccia Ghersi di anni 13, non subirono alcuna condanna, anzi al contrario godettero di coperture ed onori politici da parte dei loro compagni di merende.