Pio XII, il papa che non tacque

«È ironico che sessant’anni dopo l’Olocausto – proprio mentre esiste un virulento antisemitismo fra i fondamentalisti islamici che sta crescendo rapidamente tra gli europei secolarizzati – i media progressisti in Occidente tentino di accusare Pio XII (e anche l’intera Chiesa cattolica) di antisemitismo...». Inizia con queste parole il libro The Myth of Hitler’s Pope (Il mito del Papa di Hitler), scritto dal rabbino americano David Dalin, che esce oggi nelle librerie americane edito da Regnery Publishing Inc. Un volume documentatissimo nel quale l’autorevole esponente della comunità conservative dell’ebraismo americano dimostra l’inconsistenza della «leggenda nera» che da oltre quarant’anni aleggia sulla figura di Papa Pacelli.
Dalin ritiene che quella sulla «reputazione di Pio XII» sia «una delle più importanti battaglie storiografiche di una guerra culturale» e denuncia l’esistenza di una «classe intellettuale di sinistra» che attraverso queste accuse vuole denigrare non soltanto «il cattolicesimo tradizionale, ma anche il cristianesimo e il giudaismo».
Con un percorso che si snoda attraverso sette densi capitoli, il rabbino americano fa a pezzi buona parte della pubblicistica antipacelliana dell’ultimo decennio, dimostrandone l’infondatezza e soprattutto l’esistenza di un pregiudizio negativo che tende a «dimenticare», scartare o minimizzare tutte le testimonianze in favore del Pontefice che si trovò alla guida della Chiesa nell’imminenza della Seconda guerra mondiale. Lasciamo da parte queste polemiche, nella pessimistica consapevolezza che, purtroppo, le accuse – anche quelle più false e calunniose nello stile di Daniel Goldhaghen – troveranno sempre amplissimo spazio nei grandi giornali internazionali, mentre tutte le ricerche di segno contrario – anche quelle più documentate e approfondite - saranno sempre bollate come «difese a spada tratta» di Papa Pacelli. Riprendiamo invece alcuni spunti del bel volume di Dalin (auspicando quanto prima un’edizione italiana) relativi all’atteggiamento tenuto da Pio XII verso gli ebrei. Dopo un articolato excursus storico, nel quale il rabbino americano dimostra come non tutta la storia del rapporto tra i Papi e il giudaismo sia costellata di ombre e di episodi spiacevoli, Dalin racconta dell’amicizia che Pio XII strinse negli anni della scuola con Guido Mendes, un ebreo romano che sarebbe diventato un luminare della medicina: Pacelli, scrive il rabbino, «fu il primo Papa che nella sua giovinezza ha partecipato a una cena dello Shabbath in una casa ebraica e che ha discusso di teologia ebraica in incontri informali con i più importanti membri della comunità ebraica romana». È lo stesso Mendes a ricordare che «Pacelli divenne amico dei suoi compagni di classe ebrei al prestigioso Ginnasio del Collegio Romano, si espresse favorevolmente sulla fede e sulla cultura ebraica e fu ospite di frequente nella sua casa, prendendo spesso in prestito libri sulla filosofia e sulla teologia ebraica dalla biblioteca di famiglia».
David Dalin richiama poi l’attenzione su un’importante dichiarazione di condanna dei pogrom antisemiti, che il Congresso ebraico americano aveva chiesto a Papa Benedetto XV nel 1915, dopo le violenze contro gli ebrei esplose in Polonia. Questa condanna dimenticata, la prima del XX secolo, nella quale il Pontefice ricordava che «tutti gli uomini sono fratelli» e affermava con forza che questa legge naturale doveva essere osservata e rispettata nel caso «dei figli di Israele». Ovviamente di tutto questo nei libri che accusano Pio XII e la Chiesa di antisemitismo non c’è traccia, lamenta il rabbino americano. Che sottolinea il ruolo avuto proprio dal giovane Pacelli, all’epoca stretto collaboratore del cardinale Pietro Gasparri nella Segreteria di Stato di Benedetto XV. Il leader del Congresso ebraico americano Cyrus Adler, in visita a Roma nel 1917, incontrerà monsignor Pacelli e rimarrà impressionato dalla sua «grande conoscenza ed esperienza». Nel colloquio, riferirà Adler, il futuro Papa manifesterà tutta la sua opposizione «alle persecuzioni religiose e le discriminazioni». Ancora, Dalin ricorda che Pacelli, divenuto cardinale Segretario di Stato, dopo aver visitato gli Stati Uniti, farà in modo di «dimettere» dal suo incarico padre Charles Coughlin, un sacerdote cattolico molto noto per i suoi programmi radiofonici che manifestava sentimenti antiebraici.
Sono episodi poco conosciuti, che contribuiscono a chiarire l’origine delle iniziative in favore degli ebrei perseguitati che Pio XII metterà in atto negli anni tragici della tremenda «soluzione finale». Dalin, nel suo libro, contesta anche la tesi del «Papa silenzioso», citando interventi e documenti nei quali Pio XII ha manifestato la sua opposizione all’ideologia nazista e la sua deplorazione per la sorte dei perseguitati per motivi razziali. Quindi descrive, con ricchezza di documentazione e di testimonianze, i tanti, tantissimi interventi del Papa per salvare gli ebrei. «Non c’è stato un altro luogo, nell’Europa occupata dai nazisti – scrive il rabbino americano – dove così tanti ebrei furono salvati e protetti come a Castelgandolfo».
«Oggi – conclude Dalin – sessant’anni dopo l’Olocausto – sarebbe necessario che fosse universalmente riconosciuto che Pio XII fu un vero amico del popolo ebraico, e che ha salvato più vite di ebrei di quanto abbia fatto ogni altra persona, compresi Raoul Wallenberg e Oskar Schindler, uomini che sono spesso, e giustamente, considerati degli eroi per le loro imprese». Per questo il rabbino americano propone che a Papa Pacelli sia dato il riconoscimento di «Giusto» al memoriale dello Yad Vashem di Gerusalemme.