Pioggia di fischi per l'attesissimo "Mother!". Ecco perché

Un'opera febbrile e d'indubbio impianto metaforico che, dopo un inizio promettente, deraglia nella più incontrollata e folle delle allucinazioni

Il settimo giorno della Mostra del Cinema di Venezia vede in concorso "Mother!", il film di Darren Aronofsky con protagonisti Jennifer Lawrence e Javier Bardem. La pellicola forse più attesa della kermesse è stata accolta molto male dalla stampa: a fine proiezione si sono uditi improperi in diverse lingue e i pochissimi plaudenti sono stati quasi messi alla gogna dai colleghi.

Il film racconta di una coppia (Lawrence e Bardem) che vive amorevolmente in una grande casa isolata. Lui è un poeta in cerca d'ispirazione, lei è la compagna devota che gli sta risistemando l'abitazione andata distrutta a seguito di un incendio. Il loro tranquillo ménage quotidiano viene interrotto dall'arrivo inaspettato di due sconosciuti (Michelle Pfeiffer e Ed Harris).

All'inizio si è abbagliati dalle grandi potenzialità di una trama che vede interpreti di primissimo ordine riuniti in un solo luogo. L'ambientazione, una magione disseminata di oscuri indizi di cui non è chiara la natura (paranoica o sovrannaturale?), fa pensare di essere in un horror psicologico. L'atmosfera richiama titoli come "The Others" e "Shining". I personaggi si scambiano battute accattivanti e il commento musicale è quasi completamente omesso a favore di un sonoro molto curato che permette allo spettatore di sentirsi fisicamente in quelle stanze.

La trama vira dopo un po' verso il dramma familiare ma bastano pochi altri minuti per capire che quel genere non è la destinazione finale. "Rosemary's Baby" è solo un breve deja-vù prima che "Mother!" divenga un delirio illogico e sconclusionato fine a se stesso (finendo col ricordare pellicole di serie B come "Project X - Una festa che spacca").

Il gioco compiaciuto di Aronofsky è mettere in scena qualcosa che si presta a un ventaglio di interpretazioni ampissimo. Anche in conferenza stampa il regista è rimasto abbottonato riguardo a cosa volesse rappresentare e ha rilanciato parlando di Bibbia, di inconscio, di collegamenti tra femminismo e ambientalismo. Ha citato tra i riferimenti la fiaba di Barbablù e un autore come Edgar Allan Poe. Non è servito a far passare per visionaria un'opera che, invece, appare un monumento barocco d'insensatezza, un terremoto il cui epicentro risiede nel soddisfatto esibizionismo di stranezze.

"Mother!" cerca la propria identità in un parossismo visivo traboccante simboli mistici ed esoterici, senza trovarla. Pullula di metafore e allegorie lasciate volutamente nebulose. Ispira riflessioni sull'arte che fagocita la vita, sul fanatismo che nutre l'Ego ma uccide l'ispirazione. C'è spazio perfino per cogliere allusioni ai fenomeni migratori incontrollati dei giorni nostri. Eppure l'inferno senza capo né coda che riempie lo schermo da un certo punto in poi, non trova giustificazione: ogni ragionamento resta monco, inglobato nel baccanale pop e magmatico in cui collassa il film nel finale.

In definitiva "Mother!" è un'esperienza estrema ma sterile che, a causa della propria insistita indeterminatezza di significato, crea più disappunto che turbamento.