Pioggia di simboli: c'è il "Partito impotenti" e il "No monnezza"

Valanga di contrassegni per le elezioni del 13 e 14 aprile: 4 scudi crociati, 8 falci e martello e 6 forze che si richiamano a Grillo. <strong><a href="/media.pic1?SID=54&ID=412">Guarda tutti i simboli presentati</a></strong>

Federico Novella

Ci sono otto falci e martello, cinque fiamme, tre garofani, due edere, cinque rose, quattro scudi crociati, sei targati Grillo, tre col marchio «pensionati». C’è il partito degli astenuti, il partito dei giocatori d'azzardo, c’è persino il partito degli impotenti. Ma siamo sicuri che le cose siano cambiate davvero? No perché si parla tanto di semplificazione della politica, due, tre partiti al massimo, ma qua c’è da mettersi le mani nei capelli. Sta di fatto che al Viminale, in vista delle elezioni politiche, è arrivata una lenzuolata di 177 simboli: roba che se il povero votante in fila al seggio si mette a guardarli tutti, fa prima ad aspettare le elezioni del 2013. Ci pensate? 177 partiti che riempiono sette bacheche: nel voto del 2006 erano solo 170.

Sette in più della volta scorsa, alla facciaccia dell’antipolitica: ora possiamo ben dire che dopo il calcio, lo sport nazionale è fondare partiti, o perlomeno simboli. E tutto al fine di vincere le elezioni, certo: ma in alcuni casi semplicemente per esercitare la fantasia, esibirsi nello sberleffo, satireggiare per vie traverse. È l’unica cosa plausibile, se pensiamo al partito «No mondezza in Campania», il cui programma si riduce a una frase: «Rifiuta il rifiuto». È senz’altro il partito delle mani pulite (e non solo le mani): gente che magari punta alla grande raccolta (differenziata) dei voti. Lo slogan? «Una volta in politica pioveva sul bagnato: oggi piove anche sull’umido».

E che dire invece del raggruppamento intitolato «Casinò centro Italia», che sfoggia nell’emblema un tappeto da roulette? Dopo il presidente operaio, avremo un presidente croupier? Rien ne va plus, fate il vostro gioco. Peraltro una formazione piuttosto inutile, questa, perché si sa: a mescolare le carte in Parlamento sono già bravissimi, e alla fine il mazzo ce lo facciamo noi. Ma il picco (si fa per dire) del piacere lo raggiungiamo col «Partito Impotenti Esistenziali» di tal dottor Cirillo: un partito dalla evidente linea morbida, in opposizione al leggendario celodurismo leghista. Per loro, va da sé, non c’è nulla da fare, altro che larghe intese, unità nazionale, governi tecnici: il solo obiettivo sono le erezioni anticipate. L’unica alleanza che potrebbero stipulare è con un altro simbolo intitolato «Contro la Casta». E sarebbe un’unione - inutile dirlo - puramente platonica.
Ma insomma: dopo tutto, è davvero questo il futuro che avanza? Fate voi. In fila per il 13 aprile, c’è anche qualche marchio piuttosto datato, diciamo qualche vecchia conoscenza. Per l’esattezza c’è la Dc, Pli, Psdi, Pri, Radicali, Psi e Msi. Altro che terza repubblica: pare che non ci siamo schiodati dalla prima. Più che una macchina elettorale, sembra una macchina del tempo. Le sigle son sempre quelle, le icone storiche pure. Ma che ci volete fare: se talvolta l’inventiva abbonda, talaltra la vena artistica dei candidati è francamente carente. Al centro c’è Casini che si litiga lo scudocrociato con la Dc di Pizza e l'altra Dc di Sandri.

A sinistra i marxisti che litigano coi leninisti che litigano coi comunisti per la falce e martello. A destra la situazione è ancora più calda: difatti vogliono tutti la fiamma. Insomma, chi copia chi? In fondo, basterebbe un po’ di sano, originale umorismo. Come dire, un po’ di spirito, talvolta involontario. Come quello dell'ultimo simbolo presentato al ministero: dicesi «Italia Popolare», movimento di chiara ispirazione cattolica, tant’è che - scherzo del cielo - il candidato premier si chiama Antonio di Dio, dal nome del diretto ispiratore. Come dire: uno che vanta conoscenze molto ma molto in alto. Assai più terreno, invece, il messaggio politico lanciato dalla misteriosa lista «Zarlenga omnia» che esibisce nel simbolo una galassia di palloni da calcio. Riuscirà a scendere in campo con quest’immagine calcistica? Non c’è bisogno di consultare Renato Mannheimer: secondo noi, si tratta di un chiaro autogol. Di palle, in politica, se ne sparano già abbastanza.