Pioggia di volantini dell'esercito d'Israele: ora l'attacco più duro

Dal cielo l'avviso alla popolazione della Striscia: &quot;Siamo pronti alla terza fase&quot;. Abu Mazen: sì a una forza internazionale. <a href="/a.pic1?ID=320019" target="_blank"><strong>E la guerra diventa show satirico
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dal nostro inviato a Gerusalemme

Da terra, dal mare, dal cielo. Senza un attimo di respiro. Ci sono momenti della giornata, quando il fuoco si fa più rabbioso, in cui il cielo sopra Gaza somiglia alla volta di un'officina da cui si levano fumi di pece. I cingoli dei carri armati di Tsahal passano ormai anche sullo shabat, il sacro giorno del riposo per gli ebrei, mentre gli artificieri di Hamas continuano a sparare i loro razzi e i loro missili su Ashkelon e le altre cittadine costiere. Lo shabat, come ha denunciato il portavoce dell'Agenzia dell'Onu per i rifugiati, Chris Gunner, vale solo per i convogli che recano aiuti umanitari, nessuno dei quali è stato autorizzato oggi a entrare nel teatro dei combattimenti. Si è sparato anche durante le tre ore di tregua in vigore da giovedì, concesse agli assediati per tirare il fiato e correre a rifornirsi di acqua potabile, di generi alimentari, di combustibile e di pile per riscaldare le loro abitazioni e avere un po' di luce in queste notti lunghissime, angosciose, squassate da bombardamenti continui.

Adnan Abu Hasna, portavoce dell'Unrwa a Gaza, indica in 27.500 i profughi che si sono rifugiati nelle scuole e negli edifici dell'Onu. Da critica che era, la situazione si va facendo insostenibile, denuncia l'Onu. Mancano cibo, vestiti, coperte, ma soprattutto acqua, e i convogli che affluiscono dal valico di Kerem Shalom sono la classica goccia nel mare.

Per i «cacciatori di teste» israeliani la giornata è stata particolarmente propizia. Nella loro rete sono caduti altri due colonnelli di Hamas: Shams Omar, uno dei capi delle brigate Al Quds, ed Emir Mansi, che secondo la radio militare sovrintendeva ai lanci di razzi Grad da 122 millimetri verso Israele.

Si spara e si muore. Ma da domani andrà peggio, assicura la propaganda israeliana. Questo c'è scritto sui volantini fatti cadere ieri a pioggia su Gaza. «Abbandonate gli edifici in cui sapete che ci sono concentrazioni di armi o di miliziani. La guerra sta per entrare in una nuova fase», c'è scritto. E non c'è bisogno di sofisticati analisti per capire che quei volantini annunciano combattimenti casa per casa, rastrellamenti condotti a raffiche di mitra.

La battaglia sul terreno, per Hamas, non è tuttavia meno disperata di quella che si combatte sui tavoli della diplomazia. Consigliati dai loro suggeritori libanesi di Hezbollah, i dirigenti di Hamas puntano disperatamente i piedi contro ogni ipotesi di tregua. Pochissimo piace soprattutto quell'ipotesi di cessate il fuoco alla quale sta lavorando il presidente dell'Autorità palestinese Abu Mazen al Cairo. Ipotesi che prevede l'impiego di un contingente di osservatori internazionali il cui compito sarebbe quello di impedire il traffico di armi lungo la frontiera con l'Egitto.

Nessuna tregua, ribatte ovviamente Hamas, che al Cairo ha inviato due delegazioni (anche per ricordare al presidente dell'Autorità che Hamas non si sente rappresentata da lui: un po' perché non è stata preventivamente consultata, e un po' perché lo considera decaduto dall'incarico).

Chi tiene il conto delle vittime dell'operazione Piombo fuso dovrà aggiungere al bilancio i 15 miliziani e gli otto civili, tutti appartenenti alla stessa famiglia, stando a testimoni oculari, uccisi nel campo profughi di Jabalija. Otto morti di cui Israele, nel quotidiano gioco a scaricabarile, nega ogni responsabilità.

Ci sono invece voci, non confermate, secondo cui la massiccia operazione militare israeliana avrebbe raffreddato gli entusiasmi di parecchi miliziani, che starebbero gettando la mimetica e il mitra alle ortiche. Ma ogni guerra ha i suoi disertori. Stando al volume di fuoco e alla capacità missilistica dispiegata da Hamas viene piuttosto voglia di dar retta al quotidiano di Beirut Al Akhbar, secondo cui Hamas possiede riserve di armi per tre mesi. Il che giustifica la riluttanza di Israele, decisa a scassare la macchina militare degli avversari, ad ogni ipotesi di tregua.