Piperno, 90 anni di dolcezza dietro un’insegna vecchio stile

Un classico della Pasqua, compaiono nella tradizionale colazione alla romana Come sceglierle e prepararle

È ormai quasi un secolo che la ditta Piperno, al Ghetto, vende dolciumi e liquori delle migliori marche a tutta Roma. La bottega, in via della Madonna del Pianto, è uno di quei vecchi negozi romani totalmente impermeabili ad ogni idea di «fashion marketing» e di «strategie di comunicazione». Niente lustrini, solo l’implacabile efficacia del rapporto qualità-prezzo che perdura da novant’anni. Un’insegna vecchio stile a caratteri di scatola, luci al neon, scaffalature spartane, tuttavia entrando si respira, insieme al profumo vanigliato dei dolciumi, l’aria di quella cortesia romana di una volta, un po’ bonaria e un po’ ironica, che purtroppo si va perdendo. In questi giorni le pareti sono completamente tappezzate da uova di Pasqua di tutti i colori, in uno straordinario arcobaleno di golosità.
Tre generazioni: dal nonno Alberto a Graziano, e ora al nipote Alberto, che lo gestisce attualmente. La loro intelligenza per il commercio ha sortito geniali trovate come i confetti kosher, i cui genuini ingredienti sono certificati da un rabbino, e persino il cioccolato fondente kosher, senza tracce di latte. Nella religione ebraica, infatti, è considerato peccato mescolare il latte, alimento di vita, insieme alla carne che è legata inevitabilmente alla morte.
Il fondente di Piperno consente agli ebrei praticanti di chiudere in bellezza un pasto in cui si sia mangiata della carne, senza offendere la religione. Fino al 1974, il negozio si trovava nell’adiacente Piazza Costaguti; all’epoca spesso vi si fermava davanti la chilometrica Bentley nera di Sergio Leone, per fare spese. Un vero habitué era Aldo Fabrizi: ogni Pasqua, almeno secondo i suoi racconti, ordinava una settantina di uova di cioccolato, da regalare. Era molto amico di Graziano Piperno e veniva spesso a fargli visita. Gabriele Sonnino - uno dei commessi storici - ricorda un giorno in cui sentirono un gran scalpicciare di zoccoli sul selciato: era Fabrizi, su una carrozzella; si fermò davanti al negozio, chiedendo del proprietario, che in quel momento era in ferie ad Anzio. «E mica posso annà fino ar mare! Io nun me potrei adattà a voi, comunque...». Si chinò verso l’interno del calesse e tirò fuori lunghi pacchi di pasta, di una marca pregiatissima. «Tiè, a ’sto punto magnatevela voi». Rimase famosa una volta in cui il grande attore, preso da un subitaneo languorino, coinvolse il suo amico: «A Pipe’, mettemose qua!" e fece apparecchiare, alle cinque di pomeriggio un tavolino in mezzo alla piazza. Ordinò al vicino ristorante supplì, filetti di baccalà e carciofi alla giudìa per una pantagruelica, romanesca merenda en plen air, aperta a tutti i passanti.