Piquadro guarda a Cindia e Dubai

da Milano

Sono l’Est Europa, la Cina e il Medio Oriente i traini a cui guarda Piquadro per diventare un marchio sempre più internazionale. «Alcuni Paesi in via di sviluppo rappresentano un’opportunità eccezionale», sintetizza il presidente e ad Marco Palmieri al termine del cda sui conti. Nei primi nove mesi del bilancio 2007-2008 (l’esercizio terminerà a marzo), la società di pelletteria (più 4,5% il titolo su Expandi) ha spinto gli utili del 23% a 4,1 milioni, a fronte di un fatturato di 31,8 milioni (più 26%) e di 9,2 milioni di mol (più 27%). «Nel trimestre in corso le vendite andranno ancora meglio», prosegue Palmieri sottolineando l’accresciuta incidenza dell’estero (pari al 23,3% dei ricavi rispetto al 20% del 2006) mentre il rosso della posizione finanziaria netta si è ridotto da 17,5 a 16 milioni.
Ora su quali Paesi punterete?
«Vendiamo nella Ue e nell’Est Europa, abbiamo un’ottima presenza in Russia. Vogliamo potenziarci in Estremo Oriente e in alcuni Paesi arabi: apriremo punti vendita di proprietà in Cina (Hong Kong, Macao, Pechino e Shangai), in India e ad Abu Dhabi, cui potrebbe aggiungersi Dubai. Questa strategia ci permette di essere sereni sul futuro malgrado le conseguenze dei mutui subprime sull’economia».
Prevedete acquisizioni?
«Al momento siamo concentrati sulla crescita interna; vogliamo impiegare tutte le risorse disponibili per sviluppare il nostro marchio».
Piquadro produce in Cina, come si coniuga tutto questo con l’immagine di azienda del made in Italy?
«È un problema di nomenclatura. Occorre in primo luogo definire che cosa si intenda per made in Italy sia rispetto alla difficoltà di tracciare la filiera produttiva sia perché in un prodotto di lusso come quello di Piquadro, la ricerca e il design hanno grande peso. In ogni caso, sono molto orgoglioso della nostra fabbrica cinese che ha una qualità allineata alle migliori europee, è gestita da manager italiani e ha standard etici della gestione del personale allineati alla casa madre. Mi sento molto più italiano di alcuni concorrenti che rivendicano “il made in Italy”, ma fanno produrre nei sottoscala affidandosi a manodopera straniera, magari irregolare».
Pensate di diversificare su altri prodotti affini al settore della pelletteria?
«Abbiamo avuto delle richieste di licenza ma prima vogliamo investire per rafforzare il marchio».