Pirlo, la carezza e il tifo di Mina: «Finalmente libero»

Nostro inviato a Duisburg

Mina, sì proprio lei, una che se ne intende, la definisce una carezza. Lui, Andrea Pirlo da Brescia, l’autore di quella sberla che ha fatto il giro del mondo, la considera una prodezza più artistica di quella realizzata da Kakà, col Brasile. «È mio il gol più bello» segnala e si tratta di un giudizio sincero perché il ragazzo non è certo pieno del proprio talento e della propria cifra tecnica. Anzi. Carezza o sberla, una cosa è sicura. Alberto Gilardino ha fatto benissimo, quella sera, ad abbassarsi al volo, intuendo la perfida traiettoria. «Non l’ho ringraziato, è stato meglio per lui, altrimenti sarebbe finito all’ospedale» gioca Andrea Pirlo che pure non è il tipo da cedere in modo pacchiano alla felicità. L’unica licenza è quel bacio alla fede del dito e la dedica, tenera, al figlio Niccolò di 3 anni che risentirà al telefono sabato pomeriggio, prima della partita, «per scaramanzia» è la precisazione. Carezza, sberla o proiettile, una cosa è certa. A Pirlo sono stati in tanti a ripeterglielo per tutto il raduno. «Con quel pallone leggero tira, ragazzo, tira» la frase di Gigi Riva, un altro che di velocità e di prodezze balistiche se ne intende.
Gol a parte, Pirlo è rifiorito al momento giusto. «Appena ho avuto il tempo di riposare, di ricaricare le batterie dopo 50 partite tiratisime» è la sua spiegazione, pertinente d’accordo, ma non completa. Perché forse c’è dell’altro. Il Ghana non gli ha piantato addosso una sentinella col compito di togliergli il fiato e l’aria, oltre che lo spazio vitale. «Invece sia in campionato che in coppa Campioni sono diventato il più marcato del Milan, e per un centrocampista non è la norma» l’altra parte della verità che costringerà lui e Ancelotti a modificare qualcosa nel disegno tattico del Milan che verrà. Nei giorni difficili, non si è mai sentito cupo e depresso. «Non ho mai perso fiducia nei miei mezzi» ha ricordato Pirlo che è come al solito uno di quei ragazzi capaci di unire al talento anche qualità umane, mai una polemica, una parola fuori posto. Neanche quando non lo facevano giocare, all’Inter di Lippi o nel primo Milan dietro Rui Costa. Poi decisero di fare come nel Brescia con Roberto Baggio davanti e lui dietro, e tutto cambiò. La vita di Pirlo e il destino della Nazionale che a lui si è rivolto nell’attesa di Totti.
Già, Totti e Kakà. Uno che gioca al fianco di questi deve intendersi di geni compresi. «Uno o l’altro non è differente, io devo liberare la palla e darla in profondità. Kakà quando è arrivato al Milan sapeva dare solo di destro, adesso è riuscito a fare gol anche di sinistro» riflette per segnalare che nel Brasile che balbetta c’è un altro che ne ha fatta di strada. Proprio come Pirlo, il ragazzo timido e silenzioso, arrivato a Coverciano dopo una stagione di molti bassi e di pochissimi alti. «Non sapevo se sarei partito titolare» ammette. Non lo sapeva. Ma dopo quel gol che è stata una carezza o una sberla, nessuno è disposto a discuterlo e a lasciarlo fuori. Potenza di un mondiale che lui vorrebbe vincere. «Siamo qui per alzare la coppa», e lo sostiene come se parlasse di una tazza di caffè.