Pisapia: meno carcere e aboliamo l’ergastolo

«Il nostro obbiettivo è disingolfare le aule giudiziarie. Anche negli anni ’90 si lavorò per abolire la detenzione a vita. Io sono per un tetto massimo di 32 anni»

Stefano Zurlo

da Milano

Il codice penale? «Oggi fa la faccia feroce - spiega l’avvocato Giuliano Pisapia - ma poi spesso alle minacce non seguono i fatti. I processi sono interminabili, le pene incerte, i delinquenti più di una volta la fanno franca».
E allora?
Il neopresidente della Commissione voluta dal guardasigilli Clemente Mastella per riformare il codice penale risponde con uno slogan: "Meno reati e meno carcere"».
Meno reati e meno carcere?
«Ho semplificato con una battuta una realtà complessa, ma certo è in questa direzione che bisogna andare. Dobbiamo far dimagrire il codice, ammalato di bulimia, restringere l’area del penale, in una parola depenalizzare. E ancora dobbiamo immaginare tutta una serie di sanzioni alternative al carcere».
Sicuro? L’accuseranno di buonismo e di perdonismo o non so di che altro.
«Il mio obiettivo e spero quello della commissione che ho l’onore di presiedere è quello di avere pene certe e non virtuali come spesso, ahimè, oggi capita. Allora dobbiamo concentrarci sugli illeciti più gravi e nello stesso tempo dobbiamo studiare sanzioni adeguate, non spuntate, a seconda dei reati commessi».
Ad esempio?
«Prendiamo un ladro che sia colto per la prima volta con le mani nel sacco. Oggi cosa succede?»
Risponda.
«Oggi se la cava con una condanna che è senz’altro inferiore ai due anni e dunque scatta la sospensione condizionale della pena».
Non va in carcere?
«Appunto».
La sua proposta?
«Si può pensare che lavori per risarcire il danno provocato. E si può ipotizzare, com’è mio orientamento, che questa fatica debba essere svolta e fino in fondo. Senza il paracadute della condizionale. La stesso meccanismo può essere immaginato per un negoziante che esponga sul bancone prodotti scaduti».
Come lo punirà?
«La prima volta con una pena pecuniaria. La seconda sono per una soluzione drastica: chiudergli il negozio. Mi creda, così si colpirebbe in modo chirurgico l’illecito, la sanzione sarebbe effettiva e sicuramente arriverebbe molto prima».
Insomma, la galera diventerà l’estrema ratio?
«Sia chiaro: questo è il mio punto di vista. Nella commissione, che oggi comincia a entrare nel merito dei problemi, siedono autorevoli magistrati, professori universitari e avvocati. Sarà un lavoro collettivo. E per di più un’elaborazione che terrà in gran considerazione il lavoro svolto dalle precedenti commissioni Nordio, Grosso e Pagliaro. In ogni caso fra un anno il nostro codice verrà portato in Parlamento e là discusso».
Però questa è la sua idea?
«Esatto. Ci sono molte situazioni in cui l’arma del penale si è rivelata inefficace e lo strumento carcerario inadatto. Se un giornalista pubblica verbali o intercettazioni che fotografano la vita privata di un cittadino rischia una condanna misurata in anni di carcere. Perfettamemte inutile. E controproducente, come spesso la galera».
L’alternativa?
«Una multa, fuori dal recinto del penale, comminata dal Garante della privacy e che colpisca la proprietà che ha interesse, per ragioni economiche, allo scoop. E poi un intervento deontologico dell’Ordine dei giornalisti. Così le aule di giustizia saranno meno ingolfate, ma l’editore o il giornalista disinvolto verranno puniti con maggiore efficacia. E la vittima verrà tutelata. Altro che buonismo».
Quanti reati rimarranno fuori dal codice Pisapia?
«Spero un quinto buono. Tradotto in soldoni migliaia e migliaia di processi in meno. Che senso hanno, per citare un caso molto comune a Milano, tre gradi di giudizio fino in Cassazione contro chi ha utilizzato un biglietto falso sul tram? Meglio una multa immediata e in caso di recidiva una sanzione diversa: regalare una giornata per il bene della collettività».
Sparirà l’ergastolo?
«Spero di sì. Ma il problema è complesso. Anche la commissione Grosso, che aveva lavorato negli anni Novanta per raggiungere il nostro stesso obiettivo, aveva in una prima bozza abolito il carcere a vita. Poi, davanti alle reazioni negative nel Paese, i commissari ci avevano ripensato e in una seconda bozza avevano offerto due alternative: ergastolo o reclusione speciale. Vedremo. Io sono dell’idea che si possa fissare un tetto a 30-32 anni. Purché effettivamente scontati».
Oggi la gente percepisce le pene come inadeguate. E infatti in Parlamento c’è una corsa a inasprirle a ogni crimine che sconvolge il Paese, dalle rapine agli stupri.
«Il codice Rocco è del 1930 e ha subito innumerevoli interventi, aggiustamenti, modifiche, talvolta schizofreniche. Dobbiamo agire in profondità e renderlo un corpo omogeneo. A creare ulteriore confusione c’è poi l’eccessivo potere affidato oggi al giudice. Con il gioco delle attenuanti e delle aggravanti la pena, già compresa fra un minimo e un massimo lontanissimi, può salire o scendere in modo vertiginoso. Questa discrezionalità dovrà essere limitata: la giustizia non può essere una lotteria».