Pisapia: «Sulla giustizia riforme con il Polo»

Stefano Zurlo

da Milano

Ha scritto il programma della giustizia per l’Ulivo ed è entrato suo malgrado, subito dopo le elezioni, nel totoministri. Poi un mix di ragioni personali e politiche hanno allontanato il suo nome dalle pagine dei giornali. Giuliano Pisapia, penalista ed ex deputato di Rifondazione - non si è voluto ricandidare -, ha scelto il silenzio. Ora, alla vigilia della nascita del nuovo Governo in cui non dovrebbe entrare, lancia un messaggio bipartisan: «Io ho a cuore il bene dei cittadini e spero che maggioranza e opposizione trovino un’intesa su alcune riforme decisive».
Quali?
«Distinguiamo. Una parte del lavoro non richiede leggi e norme. Serve invece, la buona volontà, servono le risorse economiche, talvolta le direttive ministeriali».
A cosa si riferisce?
«In questi anni il ministro Roberto Castelli ha fatto partire il processo telematico. Ma siamo ancora all’anno zero. Bene, io dico che nel civile il processo telematico porterà addirittura al dimezzamento dei tempi. Attenzione: la giustizia civile è una vera e propria emergenza nazionale e riguarda 12 milioni di cittadini. Anche nel penale si può ottenere molto con una miglior organizzazione delle udienze».
In concreto?
«Bisogna valorizzare e incentivare, anche sotto il profilo economico, il personale amministrativo. I risultati possono essere importanti perché, ad esempio, una procedura fluida delle notifiche può portare a un notevole risparmio nei tempi».
Abbiamo parlato della macchina. E in Parlamento da dove ripartire? Occorre cancellare le leggi cosiddette ad personam?
«Il centrosinistra ha vinto con una maggioranza risicata. E io credo che sia importante trovare dei punti d’intesa, al servizio del Paese. Punti d’intesa ragionevoli».
Sì, ma in questi anni si è litigato su tutto.
«Nella mia scala delle priorità al primo posto c’è la riforma del Codice penale che, a regime, innescherebbe un circolo virtuoso».
Perché?
«Anzitutto il nuovo codice, affidato a una legge delega, sarebbe per forza di cose bipartisan: la Commissione Grosso, voluta dal centrosinistra, e quella Nordio, che ha lavorato per il centrodestra, hanno individuato soluzioni uguali o analoghe per l’80 per cento delle questioni. Tutti e due i codici ridisegnano il nostro sistema e garantiscono un’incisiva depenalizzazione».
Poi?
«Avremmo una gamma di sanzioni più ampia: il carcere ma non solo. Ci sono molti reati punibili in altro modo».
Ma così non si avrebbe un’impennata della delinquenza?
«Al contrario. A volte il carcere è adeguato, a volte è più utile un’altra sanzione. Quel che conta è la certezza della pena. E poi, attenzione: quando si sconta tutta la pena in cella, la probabilità che si torni a delinquere è del 70 per cento, se si seguono altri percorsi solo dell’1,2 per cento».
Sì, ma le divisioni nel Paese restano.
«All’interno del nuovo codice potrebbero trovare rimedio alcuni problemi: quelli creati dalla cosiddetta “illegittima difesa” e dalla ex Cirielli».
E le altre spine? Chi le toglierà?
«Qui viene in soccorso l’esperienza. Se si costruisce un edificio comune, poi si troverà una soluzione equilibrata anche per i temi che restano sul tappeto».
Lei concorda con Gerardo D’Ambrosio: ci vuole un tavolo comune.
«Certo. Occorre andare avanti salvando quel poco di buono fatto in questi anni. E servono altre riforme: anzitutto unificare i riti del civile. Oggi sono 24. Una follia: io privilegerei quello del lavoro. Il più spedito. E poi vanno ampliate le conciliazioni, fuori dal perimetro della giustizia togata».
Chi sarà il prossimo Guardasigilli?
«Spero una persona competente, e anche capace di manovrare i delicati ingranaggi della giustizia».
Lei disegna il profilo di un tecnico, ma nel valzer dei nomi è entrato di tutto.
«E questo non può che rattristarmi profondamente».