"Pistole, furti e droga: i segreti del campo rom"

Le confessioni di una giovane nomade. Azra voleva studiare. Ma l’hanno costretta a diventare una ladra. Lei allora è scappata. E adesso racconta tutto

Milano - Azra voleva i pantaloni. Voleva studiare. Non voleva rubare. «Loro sempre mi dicevano “vai a rubare, ti insegniamo il mestiere, ti insegniamo come si fa”. E mi picchiavano, per queste cose, per farle. E io non lo facevo mai. E prendevo sempre le botte».

Adesso che Azra è al sicuro, in una comunità protetta, e i suoi parenti-aguzzini sono in carcere, i verbali riempiti da questa giovane nomade bosniaca vengono allo scoperto. E illuminano di una luce cruda la vita quotidiana nella comunità rom milanese. Azra racconta che rubare non è una semplice tradizione, non è una scelta di vita: è un obbligo, imposto con la brutalità da tutto il clan familiare. Per questo dieci Husejnovic vengono catturati nel campo nomadi abusivo di via Martirano - su ordine del giudice Guido Salvini - dalla polizia locale di Milano. Altri due - e tra loro c’è purtroppo il capofamiglia e capoclan, Remzija Husejnovic - sfuggono alla cattura. L’accusa per tutti - genitori, zie, cugini - è di riduzione in servitù.

Ecco il racconto di Azra, diciannove anni.
«Nel gennaio 2006 con i miei fratelli e i miei genitori sono venuta in Italia e ho sempre abitato nel campo nomadi di via Martirano, a Milano. Appena giunta in Italia ho chiesto ai miei genitori di poter continuare a frequentare la scuola. Mio padre, mia madre, le mie zie e i mie cugini me lo hanno impedito. Mi ripetevano continuamente che non serviva andare a scuola ma che bisognava andassi a rubare con loro, perché tutti quelli del campo andavano regolarmente a rubare e vivevano solo con quanto ricavavano dai furti».

«A causa del mio comportamento sono stata costantemente emarginata, insultata e picchiata quasi tutti i giorni e per evitare che potessi scappare i miei genitori hanno sempre tenuti nascosti i miei documenti. Molte volte subivo delle lesioni in seguito alle percosse che ricevevo a mani nude, con bastoni o con sassi e mi veniva impedito anche di andare in farmacia per curarmi».

«Un giorno sono stata portata in un supermercato di Trezzano. Patricija e le cugine mi hanno indicato cosa avrei dovuto rubare e come nascondere la merce sotto i vestiti. Io ho continuato a rifiutarmi minacciando di dire alla cassiera che avevano rubato la merce. Al ritorno al campo sono stata violentemente picchiata. Mio padre mi ha picchiato con un bastone di legno mente tutti gli altri mi hanno colpito con calci e pugni anche quando ero a terra fino a quando sono svenuta. Mi dicevano: vai via. Mi odiavano».

«Appena sono venuta in Italia, ancora minorenne, mio padre ha cercato di convincermi a sposare un nomade bosniaco che avesse pagato una buona cifra in euro. Era cieco da un occhio, i capelli lunghi così, grasso. Al mio rifiuto mio padre ha cominciato a toccarmi nelle parti intime e a cercare più volte di spogliarmi, dicendomi che se non volevo sposarmi con nessuno dovevo fare l’amore con lui. Ha aperto il mio reggiseno e i pantaloni. Queste molestie si sono ripetute una volta ogni 2-3 settimane fino a quando sono riuscita a scappare».

«Mio fratello N. è malato fin da piccolo di epilessia, mio padre più di una volta ha detto di volerlo uccidere perché non serviva a nulla; più volte lo ha picchiato a schiaffi e con la cintura perché si aggirava per il campo deriso e insultato da tutti».

«Mi dicevano: “Barbara è una brava che ti vuole insegnare, che lei è esperta di fare queste cose. Devi essere fortunata che lei ti vuole insegnare. Tu devi farle, andare con lei a rubare”. Io ho detto di no, che non lo volevo fare. E loro mi hanno picchiato».

E c’è anche dell’altro. Il racconto delle armi da fuoco nascoste nel campo, e utilizzate dagli Husejnovic per le sparatorie con i clan rivali. Il racconto delle feste a base di coca, con Azra e altri ragazzi costretti a drogarsi. E l’interminabile serie di pestaggi e di umiliazioni per convincere la ragazza a seguire la way of life del clan. «Mi hanno chiuso quattro ore in uno sgabuzzino, piangevo, non avevo più aria da respirare».

L’11 aprile dell’anno scorso Azra fugge, a bordo di un’auto civetta dei vigili. Ieri scattano gli arresti. Scrive il giudice Salvini: «È un dovere del sistema democratico la tutela della ragazza zingara che voglia vivere alla occidentale». E ancora: «Anche un popolo allogeno come quello degli zingari quando si insedia nel territorio italiano è obbligato ad osservare le norme vigenti nel nostro territorio».