Pistorius e il giro di pista della speranza «Cerco scienziati che mi aiutino a correre»

da Milano
Con quegli uncini di carbonio fissati al ginocchio ha giocato a rugby, a calcio e a polo. Ma non ci può correre. E a questo Oscar Pistorius non si rassegna.
Ospite della «Gazzetta dello Sport», il 21enne velocista sudafricano - simbolo della lotta per l’integrazione di atleti disabili e normodotati - ribadisce che non accetterà lo stop impostogli dalla Iaaf. Nella vita ha combattuto contro la malformazione che gli è costata l’amputazione delle gambe: non si rassegna certo davanti a semplici regolamenti.
«Abbiamo sottoposto i dati dei test sulle protesi in carbonio ad alcuni scienziati americani - spiega -. E secondo loro le mie “gambe” non mi avvantaggiano e non mi restituiscono alcuna “spinta”. Non vedo perché quindi dovrei modificarle. Le uso dal 1997, ne vendono migliaia: non si può definire doping tecnologico». Una replica alle conclusioni del laboratorio di Colonia del dottor Brueggemann con cui la Iaaf ha motivato la mancata ammissione del sudafricano alle competizioni per normodotati. Secondo i tedeschi, infatti, le protesi consentono invece di faticare meno, risparmiando il 25% di energia. Un dato contestato dall’esperienza di Joseph Van der Linde, velocista che in seguito alla perdita di una gamba ha peggiorato le sue prestazioni sui 100 m di oltre un secondo.
Una questione tecnica, dunque. Anche se di fronte ad Oscar parlare di secondi e percentuali suona cinico. «Quello a cui puntiamo è convincere la Federazione a costituire un pool di scienziati in grado di studiare meglio la materia - spiega il manager Peet Van Zyl -. In caso di ulteriore rifiuto, l’unica speranza sarebbe rivolgersi al Tas, il tribunale dell’arbitrato sportivo di Losanna». Anche per far capire a tutti che «io non voglio vantaggi - come chiarisce Pistorius -. La natura mi ha tolto le gambe e io con le protesi colmo il mio handicap. Il 95% delle mie gare le ho corse contro atleti normali. La corsa è la mia vita».
Purtroppo per lui, il no della Iaaf gli ha chiuso anche le porte dei meeting e dei campionati sudafricani: «È di primaria importanza che Oscar torni presto in pista - continua il manager - perché, al di là di Pechino 2008, rimane il sogno di Londra 2012». Sempre che il giovane amputato bilaterale, recordman di 100, 200 e 400 metri, riesca ad ottenere il tempo minimo (sui 400 è 45”55 o 45”95 se non ci fossero altri tre sudafricani in grado di ottenere il primo tempo). Un’impresa, poiché il suo record personale è di 46”3. Ma poco importa, Pistorius chiede solo di provarci.
La tendenza, però, non è favorevole. Nonostante la mobilitazione mediatica che ha fatto di Pistorius un’icona sportiva, la Iaaf probabilmente non cederà. E non perché ci sia discriminazione, quanto per le carenze regolamentari, impossibili da colmare proprio nell’anno olimpico. L’unica speranza sembra l’apertura di una «nona corsia», espediente pilatesco che per certi versi amplificherebbe ulteriormente la ghettizzazione. In attesa di regole più chiare.