Pitt: "Il mio Jesse James come Zidane o Valentino"

L’affascinante Brad, produttore e protagonista di "The Assassination": "Non è un western, ma un film di gangster, da respirare in tranquillità come un buon vino"

Venezia - Produttore e protagonista di The Assassination of Jesse James by the Coward Robert Ford (L'assassinio di J. J. a opera del vile R. F.), Brad Pitt ha scelto per regista e sceneggiatore il neozelandese Andrew Dominik, già autore di The Chopper, storia d'un reale assassinio seriale ansioso d'esser celebre.

Guerrigliero confederato con Quantrill nei Raiders del Missouri, Jesse James continuò a battersi contro l'Unione anche a guerra finita. Divenne eroe per il Sud vinto, bandito per il Nord vincitore. Ma il romanzo di Ron Hansen e il film che ne è derivato puntano non sulle rapine per finanziare la guerriglia contro gli occupanti nordisti, quanto sull'immedesimazione con Jesse James del ventenne Robert Ford (Casey Affleck), che nel 1882 gli sparerà alle spalle. Per diventar famoso come lui.

In due ore e mezzo (!) il film racconta questa sommessa ma tenace passione, con sontuosa ricostruzione d'epoca, esplicitando all'ambiguità dell'attrazione di Ford per James. Perciò è attendibile la candidatura al premio gayo, ora ideato parallelamente quelli ufficiali, che Franco Grillini ha tenuto ad annunciare a Brad Pitt; Pitt ha replicato che gli piacciono le storie gaye, ma anche di tener famiglia.
Signor Pitt, a quanti figli è arrivato?
«Quattro. Mi hanno cambiato la vita, obbligandomi a lavorare più velocemente per avere tempo per loro».
C'è qualcosa che ora le manca?
«Il sonno. E chi dorme con quattro figli?».
Un ennesimo film su Jesse James: l'ha fatto perché è anche lei del Missouri?
«No, l'ho fatto perché nessuno avrebbe fatto, altrimenti, un film dal romanzo di Ron Hansen».
Un movente esiguo per una grossa produzione.
«Ce n'è un altro: nessun film su Jesse James è stato un fiasco».
Da bambino aveva sentito parlare di lui.
«Sì, ma non ne conoscevo bene la storia e per me non è stato un mito».
Almeno ha il suo stesso accento.
«E ciò m'ha aiutato, anche se da tempo non potevo farlo sentire».
The Assassination sembra un western, ma non lo è.
«No, è un film complesso, un film di gangster, piuttosto, che torna al cinema hollywoodiano del breve periodo in cui fu ampiamente d'autore».
E dura molto.
«Pensi: la prima versione era di quattro ore e mezzo».
Grazie della seconda, allora. E come lo definirebbe?
«Un film che da respirare tranquillamente, come un buon vino».
Aveva pensato anche di distillarlo, pardon, di dirigerlo?
«Non fa per me. E ci sono fin troppi registi in circolazione».
Nessuno del film è buono o affascinante. Come ne I compari di Altman.
«In effetti The Assassination è nello stile dei film degli anni Settanta».
Il personaggio di Robert Ford qui prevarica su quello di Jesse James.
«Era un velleitario che per tutta la vita credette di valere più di quanto credesse chi lo conosceva».
Il titolo è lungo quanto il film e ne anticipa il finale.
«I libri su James di allora avevano titoli simili. E poi questo era il titolo del romanzo di Hansen».
Con Casey Affleck lei era apparso...
«... nell'Ocean's di Soderbergh. Ma non avevamo nessuna scena insieme».
Per alcuni Jesse James era un eroe, per altri un bandito. Vede qualcuno così oggi?
«Mi vengono solo paragoni sportivi: per esempio, Zinedine Zidane e Valentino Rossi».