Il pittore deluso tra macerie e paura

Il 25 aprile 1945 a Milano, un uomo uscì di casa con la sua cagnolina al guinzaglio dirigendosi verso Como. Solo, a piedi. Lo fermò una pattuglia partigiana e per l’uomo solitario sarebbe stata la fine se uno dei partigiani non lo avesse riconosciuto. L’uomo era Mario Sironi, il suo salvatore Gianni Rodari che qualche anno dopo quasi si giustificò nell’autobiografia per averlo salvato «in nome dell’arte». Arte che non evitò comunque al «fascista» Sironi qualche giorno appresso un violento pestaggio. Erano i giorni dell’Apocalisse, come anni dopo l’artista l’avrebbe raffigurata nel suo ultimo dipinto (l’umanità schiacciata sotto l’immane crollo), in cui esplodeva, come egli stesso scrisse, «l’atrocità della vita e la bestialità umana». Ma l’uomo e l’artista continuarono, sia pure dolorosamente, a vivere e a dipingere.
Sugli ultimi vent’anni di Sironi indaga una mostra che con filologica acribìa ricostruisce date e circostanze, ricomponendo per la prima volta i frammenti dell’ultima attività sironiana. Curata da Claudia Gian Ferrari e da Elena Pontiggia, la rassegna («Gli anni ’40 e ’50. Dal crollo dell’ideologia agli anni dell’Apocalisse», catalogo Electa), si apre domani alla Fondazione delle Stelline e presenta cinquanta dipinti provenienti da importanti collezioni pubbliche e private. Opere di altissima qualità come la Nausicaa abbandonata su una riva rocciosa, come Il gasometro della collezione Giovanardi (Mart) o il desolato Paesaggio urbano della collezione Jesi prestato da Brera.
Lo studio attento della stampa dell’epoca, delle lettere di Sironi, dei suoi scritti e di altri documenti ha consentito a Gian Ferrari e Pontiggia di attribuire con certezza questi nuovi studi urbani, non agli anni Venti (cui appartiene la maggior parte delle Periferie) bensì ai primi anni Quaranta quando, bloccati dalla guerra i grandi progetti monumentali, Sironi torna al cavalletto. I temi sono gli stessi ma il suo sguardo è cambiato. Aveva creduto nel riscatto sociale di un popolo attraverso una corale volontà di lavoro, di cui l’artista doveva essere lo sprone, la guida. Aveva creduto in un’arte monumentale e pubblica, un’arte per tutti, espressione proprio di quella coralità. Ora è la fine.
«Si è tutto rotto in questi mesi, tutto. Non sono rimaste che macerie e paura», scrive in un appunto del 1944. Reagisce all’Apocalisse meditando sul concetto di spazialità e sulla sezione aurea, alla ricerca di una misura intima all’uomo che governa la natura e l’arte. Ne sono riflesso, accanto alle opere neo-metafisiche in mostra, quelle che egli stesso chiama Moltiplicazioni, opere che non presuppongono uno spazio unitario ma allineano scene diverse, quasi un compendio delle vaste pitture murali ora impossibili.
Non è solo la sconfitta ideologica a segnare Sironi. La morte della giovanissima figlia Rossana, suicida nel 1948, sarà l’ultima lacerazione. La disperazione, il senso di colpa nei confronti della famiglia rendono ancora più cupa la sua pittura, dove fin dal 1944-45 compaiono i temi ascetici. Esemplare la Penitente (Mart, collezione Giovanardi) china sotto un peso insostenibile di dolore e di colpa.
E ritorna anche il tema del lavoro. Ma il significato classico e glorioso dell’homo faber, del costruttore è perduto. Ne Il lavoro del 1949, lo scalpellino è relegato in un angolo, povero e nudo. Il lavoro è solo una dura necessità. Il cantore del grande sogno del Novecento dipinge un secolo finito in frantumi.