Il pittore maledetto che conquistò l’Europa

A Milano la grande rassegna sul secolo di Michelangelo Merisi

Lo troviamo nelle ultime sale, a concludere la parata dei grandi «caravaggeschi». Eppure è lui, questa volta, il motivo primo di una eccezionale mostra, che da Caravaggio passa per tutta l’Europa dei primi trent’anni del Seicento. Mattia Preti, nato nel 1613 a Taverna (Catanzaro), straordinario pittore, è stato l’aggancio iniziale di una rassegna che si è sviluppata sino a comprendere tutti o quasi i rappresentanti di un secolo che si è aperto a Roma nel 1592-1593, con l’arrivo di Michelangelo Merisi dalla Lombardia, e si è chiuso alla morte del calabrese, nel 1699 (di cui si celebra il terzo centenario).
Tra l’una e l’altra data la grande rivoluzione realista di Caravaggio innesca un processo che vede muoversi sulla sua scia tre generazioni di artisti, interpreti originali della sua lezione. Non solo italiani, ma anche francesi, spagnoli, fiamminghi e olandesi. La mostra, «Caravaggio e l’Europa», il cui sottotitolo recita «Da Caravaggio a Mattia Preti», aperta da oggi a Palazzo Reale di Milano (sino al 6 febbraio), per passare poi al Liechtenstein Museum di Vienna (6 marzo-9 luglio) presenta oltre duecentocinquanta strepitosi dipinti provenienti da tutto il mondo. Curata da un comitato scientifico presieduto da Vittorio Sgarbi e coordinato da Gilberto Algranti, è una grandiosa passeggiata nella pittura europea del tempo. Un percorso che, oltre a offrire capolavori, mette a confronto gli stili e i diversi modi di sviluppare i motivi caravaggeschi, non solo iconografici, ma in relazione alla luce, al movimento, all’osservazione del vero. Ricca di sorprese, non solo permette al pubblico di incontrare nomi di spicco, come Caravaggio stesso, Ribera, Rubens, ma anche meno noti come Giovanni Baglione o Tommaso Salini e addirittura gli anonimi, moltissimi e di qualità, come il «Maestro del lume di candela», tanto da riempire uno dei due volumi di catalogo (Skira).
L’impatto iniziale è con il «maestro», Caravaggio. Tappe importanti della sua arte tormentata, dalla giovinezza alla maturità, come il suggestivo Amore dormiente, o lo stecchito San Gerolamo della Galleria Borghese o ancora la pallida, livida, viva, Madonna dei Pellegrini, una meravigliosa prostituta, trasformata in madonna.
Poi il tuffo nel Seicento, in altre cinque sezioni. I primi seguaci, tardo manieristi già attivi a Roma nei cantieri di Sisto V, che mescolano al proprio consolidato linguaggio i nuovi motivi con esiti di grande interesse: Giovanni Baglione, ad esempio, uno dei maggiori rivali di Caravaggio, che non può fare a meno di imitare come dimostra il suo Ecce Homo. Tommaso Salini che sviluppa il tema della natura morta, Orazio Gentileschi, che porta sulla scena le splendide fanciulle di casa, come in quella sorprendente Santa Cecilia che suona la spinetta. E ancora Orazio Borgianni, di cui c’è una Sacra Conversazione fatta di tocchi di luce o la violenta, intrigante, Artemisia Gentileschi, che mescola nelle sue tele la «carne» e il «sangue» del grande lombardo.
La seconda generazione dei seguaci è attiva nel secondo e terzo decennio del Seicento: sono giovani pittori italiani, francesi, spagnoli, fiamminghi che, nati alla fine del Cinquecento, si formano direttamente a Roma sulle opere di Caravaggio, modificandone lo spirito secondo i propri gusti e tendenze. Si diffonde la «Manfrediana methodus», elaborata dal lombardo Bartolomeo Manfredi, che ripropone, insieme ad una serie di colleghi, opere e modelli caravaggeschi, richiesti da numerosi committenti. E ancora il tardo caravaggismo a Roma nel terzo e quarto decennio del secolo con artisti, come i francesi Vouet e Valentin, che riprendono Caravaggio attraverso le opere dei suoi primi seguaci. Ne sono però ormai lontani, preferendo un classicismo di stampo emiliano rispondente alle mutate esigenze della committenza. E infine Mattia Preti che, a Roma nel 1630, si trova di fronte ad un panorama complesso, che risolverà in un suo stile personale, bellissimo.
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