La pittura selvaggia di Martin Disler

Ancora fino all’11 novembre, allo Studio d’Arte Cannaviello, sarà possibile visitare la retrospettiva sull’ultimo ventennio di produzione di Martin Disler (Seewen, 1949 - Ginevra, 1996), l’artista svizzero che appartenne ai cosiddetti «Nuovi Selvaggi», il gruppo neoespressionista sviluppatosi nel nord Europa tra il 1970 e il 1980 e a cui appartennero, tra gli altri, A. R. Penck, Markus Lüpertz, Karl Horst Hödicke. Frenetico, intenso, scuro e istintivo: venticinque opere appartenenti all’ultimo ventennio operativo di Disler (1975-1994) sono in mostra per festeggiare i quarant’anni di attività della Galleria (1968/9-2008/9). Tele di grandi dimensioni che ritraggono figure astratte, tutte che paiono tracciare un movimento ondulatorio, più o meno fluido e rapido a seconda della tecnica utilizzata. S’intravedono figure umane, come ombre, forme appena accennate in un turbine di colori scuri, oppure composizioni meno morbide, di linee e tratti di diverso tipo e forma: Martin Disler ha esposto, quando era ancora in vita, con artisti come Mimmo Paladino, Sandro Chia e Francesco Clemente, era molto amato anche da Testori ed è considerato un grande della pittura contemporanea. «Anche se –dice Enzo Cannaviello- a lui del mercato non importava. Io l’ho scelto come artista per festeggiare i miei quarant’anni di attività per vari motivi: anzitutto lo ritengo di fondamentale importanza, è il rappresentante svizzero del Nuovo Espressionismo Europeo, e poi sono stato il primo gallerista ad occuparmi di lui, infatti spesso viveva e lavorava a Milano». Ossessionato dalla morte, Disler riportava le sue ansie in quelle curve e angoli così densi e scuri delle sue tele, dipinte in gran parte a Milano, dove l’artista ha vissuto a lungo.