La pittura senza retorica di Bernini

Volti intensi, tracciati con un fare rapido e libero, lontani dalla dimensione ufficiale delle commissioni papali, impastati di colori terrosi o delicatamente velati, malinconici o ruggenti; la galleria di ritratti e autoritratti di Gian Lorenzo Bernini allestita a Palazzo Barberini è davvero preziosa, e, se non irripetibile, certamente unica nella storia espositiva berniniana fino ad oggi. Vi si trovano riunite infatti per la prima volta tutte le opere pittoriche del genio del barocco romano, scelte dal curatore Tomaso Montanari e alcuni lavori dal nucleo berniniano ma dall’altrui esecuzione o compimento. Il progetto che oggi si concretizza nella mostra in corso fino al 20 gennaio parte dalla necessità di restituire una personalità più articolata a un artista spesso vincolato, nell’immaginario collettivo, alle sue grandi imprese scultoree e architettoniche. E lo fa attraverso una selezione accurata di opere, la quale giunge «per via di levare» ad identificare un corpus di 16 dipinti autografi fra i molti che nel corso degli studi erano entrati illegittimamente nel novero. Oltre ai quadri sono presenti alcuni disegni a matita rossa o a carboncino e sanguigna, come pure opere nate nell’ambito dell’accademia che Bernini diresse per 12 anni nel palazzo romano della Cancelleria; nello stesso luogo e con gli stessi allievi del corso di pittura l’artista svolgeva la sua attività teatrale, di grande successo più ancora per la maestria con cui recitava e insegnava loro ad entrare nel personaggio, che per la spettacolarità dell’apparato scenografico.
Ma di quella capacità di coinvolgimento emotivo che la macchina del barocco berniniano sa indurre con tutte le sue opere, oltre che durante le rappresentazioni, vediamo adesso un aspetto diverso. La vera novità della mostra è la modernità di Bernini pittore, borghese e antiretorico: sorprendente è l’immediatezza delle figure colte in istantanee di sapore caravaggesco, la vitalità degli sguardi, l’attenzione a soggetti comuni o «privati» (ritratti di garzoni, allievi, probabilmente del proprio fratello minore e del proprio padre), la disinvoltura con cui spalma con il dito sulla tela un ricciolo sulla guancia del giovane Baciccio, all’epoca suo allievo in «una situazione che ha tutto il sapore del teatro del doppio». La sezione dedicata alla pittura di soggetto sacro espone lo straordinario Cristo deriso, davanti al quale il pittore fa assumere allo spettatore il punto di vista degli aguzzini. Ne emerge il profilo di una pittura «privata», di qualità assoluta, con la quale si scopre l’altra faccia del Seicento e di uno dei suoi eccelsi interpreti, intima e quotidiana, paragonabile a quella indagata da Velasquez e da Rembrandt, ma tutta romana.