Pizza fa retromarcia: ora dice sì al voto il 13

Il segretario Dc prima chiede il rinvio, poi annuncia il ritiro, infine
firma la tregua. Ma dà l’ultimatum a Quirinale e governo: "24 ore per mettermi in lista"

Roma - A mezzogiorno la pizza era capricciosa, nel pomeriggio è diventata margherita, a sera infine s’è sfornata come si doveva, cioè alla romana: Pino Pizza rinuncia alla sua guerra contro tutti, consente che le elezioni si tengano il 13 e 14 aprile, purché il suo Scudocrociato venga riammesso alla corsa per il Senato, accanto all’alleato Popolo della libertà. Insomma, il guazzabuglio istituzionale si può risolvere con la semplice ristampa delle schede per il Senato nelle 12 regioni dove la Dc di Pizza aveva presentato liste, cioè tutte meno Piemonte, Veneto, Marche, Friuli e Valle d’Aosta. Semplice... son sempre un 25 o 30 milioni di fogli da ristampare, un milione e passa d’euro da spendere in più, e se ci metti anche i manifesti ufficiali, almeno quelli da affiggere ai seggi, la spesa lievita ancora. Senza contare che i nostri italiani all’estero hanno già iniziato a votare su schede «monche».

Ma volete risparmiare sui costi della democrazia? Ieri mattina il leader che con la sentenza del Consiglio di stato tien tutti nel pugno, istituzioni e partiti, s’è svegliato rilasciando dichiarazioni e interviste a corrente alternata, ora insistendo nel pretendere il rinvio delle elezioni, ora l’esclusione dello Scudocrociato di Casini perché «illegittimo», quindi accusando la «responsabilità insipiente» del ministro Giuliano Amato, poi dicendosi disponibile a «lavorare per una soluzione». All’ora di pranzo, dopo un frenetico giro di telefonate che lo aveva avvolto, ai microfoni di Radio 24 Pizza dava il clamoroso annuncio: «Rinuncio a correre per non far slittare le elezioni, faremo una campagna elettorale simbolica. Appartengo a un partito che ha sempre dimostrato senso dello Stato». I suoi candidati se lo sarebbero mangiato, in prima fila Del Mese e Capotosti, deputati ex mastelliani che con la loro adesione han permesso il verdetto del Consiglio di Stato. Così Pizza s’è preso una «pausa di riflessione», prima di andare a colloquio con Silvio Berlusconi nel pomeriggio. Lunga e fruttuosa, l’udienza a Palazzo Grazioli. All’uscita, Pizza ha spiegato di aver deciso «in piena autonomia», senza farsi piegare «dal pressing che c’è stato», né tanto meno farsi «condizionare dalle telefonate».

Depone le armi Pizza, «a patto che vengano accettati i nostri diritti». Pur se la guerra dello scudo intorno a lui non si placa e l’intero microcosmo postdemocristiano continua a ribollire. Angelo Sandri, espulso da Pizza dopo le europee e fondatore di un’altra Dc, tuona dando appuntamento per «martedì 8 aprile alla terza sezione del tribunale civile di Roma», chiamata a decidere su un suo ricorso per togliere sigla e scudo all’ex amico. Rocco Buttiglione, che nel ’95 lasciò ad Armando Lizzi (ora sodale di Pizza) la proprietà legale del simbolo, rivendica che «la titolarità morale e politica di quel simbolo è dell’Udc e solo dell’Udc». Gianfranco Rotondi, che precisa anch’egli di essere «l’unico rappresentante legale dello Scudocrociato anche se non lo abbiamo mai utilizzato», accusa la «comica finale» ed esorta che «l’Italia non ha tempo da perdere».

A sera infine, col plauso e l’appoggio dell’intero Pdl, Pizza ha formalizzato la sua proposta di tregua, inviando una lettera al Quirinale, a Palazzo Chigi e al Viminale. Il tono è educato e rispettoso, in perfetto stile democristiano, ma la sostanza è quella dell’ultima offerta, prendere o lasciare. I vertici istituzionali sono invitati a disporre «entro e non oltre le ore 14 del 4 aprile 2008, l’inserimento della Dc nei manifesti elettorali e nelle schede per consentire di poter concorrere alla competizione elettorale del 13 e 14 aprile 2008 secondo le decisioni assunte dagli organi di giustizia amministrativa». Una mediazione onorevole, non pare anche a voi? Ma attenti, Napolitano, Prodi e Amato: la lettera prosegue avvertendo che «diversamente, ove tale responsabile invito dovesse continuare a rimanere disatteso, verrà meno ogni disponibilità al differimento dei termini e si vedrà costretto a procedere a richiedere al giudice amministrativo l’esecuzione coattiva del provvedimento di ammissione della lista della Democrazia cristiana alla competizione elettorale nelle circoscrizioni del Senato evidenziando che la responsabilità ricadrà unicamente sull’apparato dello Stato».

L’ultimatum scade oggi alle 14. Pizza intanto, sarà a Montecitorio con Del Mese e Capotosti in conferenza stampa permanente, a far rullare i tamburi.