A Pizzighettone il nostro grido sarà sempre forte

Un po’ devi prenderla sul ridere, sennò esplodi. Alle 13.30 di un venerdì pomeriggio vai a prendere l’atlante stradale per capire finalmente dove diavolo è questa famigerata Pizzighettone. Un tormentone estivo, prima ancora che una ridente cittadina della provincia cremonese: «Dovevate andare a San Siro, andrete a Pizzighettone». Per due mesi doriani, interjuvemilanisti da salotto, moralisti improvvisati e chi più ne ha più ne metta ti hanno riso in faccia, qualcuno ti ha insultato, qualcun altro compatito, e nei loro discorsi spuntava immancabilmente l’amena località lombarda. Colpevole soltanto di avere un nome vagamente buffo e di ospitare una tenace squadra di calcio neopromossa in C1. Ebbene: due giorni fa, venerdì 19 agosto 2005, sai che questa ipotetica gita fuori porta diventa realtà. Perché sei un tifoso genoano e hai rinnovato l’abbonamento sperando di vedere finalmente la serie A e invece ti tocca la C1, ma non ti sfiora nemmeno l’idea di mollare tutto. Sai benissimo che te le scoppierai tutte e 17, quelle maledette partitelle in casa, e ti farai anche un bel po’ di trasferte in stadietti da ridere, compreso quello di Pizzighettone.
Poi ti chiedi il perché di tutto questo, ed è a quel punto che rischi di scoppiare come una mina. Perché l’hai vissuta ora per ora, questa estate orrenda, hai seguito inchieste, processi, appelli e ricorsi. Ti sei fatto una cultura di diritto sportivo, stupisci i tuoi amici meno preparati con latinismi strepitosi come fumus boni iuris ma, alla fine di tutto, non capisci ancora niente di come gira questo mondo.
Un mondo in cui il portiere dell’Albinoleffe passa cortesemente la palla al centravanti del Torino per fargli fare gol, mentre tu sei in cima a una curva fatta di tubi Innocenti a soffrire insieme al tuo Genoa che affronta un inedito Real Piacenza United. Un mondo in cui il mister del Treviso dichiara candidamente che la sua squadra lascerà a riposo i titolari nelle ultime partite (gli avversari? Toro e Perugia, le due concorrenti del Genoa). Un mondo in cui sempre il Torino è così solidale nei confronti del derelitto Venezia da adoperarsi per trovare ai lagunari qualche euro per sopravvivere, anche dopo la partita contro il Genoa che potrebbe decidere - guarda caso - la promozione dei rivali rossoblù. Un mondo in cui, dopo queste curiose scenette italiane da fine campionato, scopri che è il Genoa ad aver fatto una porcheria: pare che abbia comprato il famoso match col Venezia. Gli altri? Tutti puliti come delle verginelle. Lo dicono due magistrati di Genova che, per poter ascoltare le telefonate del presidente del Genoa, hanno deciso di sospettare che questi sia un delinquente fatto e finito.
E tu cominci a vederla grigia, mentre il mondo ti riserva mille altre sorprese: fanno un processo sportivo alla tua squadra che neanche in Bulgaria ai tempi d’oro e ti ritrovi cucita addosso la pena richiesta dall’accusa: retrocessione in C1 con l’omaggio di tre punti di penalizzazione, che è un po’ come ammazzare uno e infierire sul cadavere. In certe regioni italiane si chiama «avvertimento». Arriva il processo d’appello, e qui sembra di stare in terza elementare, coi giudici che si scambiano di nascosto bigliettini che dicono già tutto sulla sentenza la quale, puntuale, confermerà la precedente.
Giorno dopo giorno sei sempre più giù. Per l’Italia che vive di Sky e Gazzetta sei solo l’adepto di una banda di ladruncoli inesperti e anche un po’ rompipalle. Chi ti dà del ladro magari non sa, o fa finta di non sapere, che la squadra per cui fa il tifo è con ogni probabilità ladra pure lei, ma nei confronti del fisco, mentre il tuo Genoa a giugno ha sborsato dal giorno alla notte 14 milioni di euro per rimettersi in regola. Arriva un giudice genovese a darti un po’ di speranza: se alla tua squadra hanno fatto un processo iniquo, forse è il caso di fermare tutto e riparlarne. Non sia mai! I potenti, non solo del calcio, appoggiano compatti la Federazione: se si ferma la giostra per colpa di quelle pulci rossoblù, è un disastro. E infatti il giudice ci pensa un po’ su e conclude che, in fin dei conti, il calcio non è affar suo. Vorresti potergli spiegare che non è una questione di calcio, ma di rispetto della Costituzione, del diritto ad un giusto processo, ma sei stanco e ti viene solo da vomitare.
Sia quel che sia: andiamo giù a fare la nostra serie C. Alleggeriremo il lindo calcio professionistico italiano della nostra scomoda presenza. Avremmo preferito, già che c’eravamo, farci dare delle botte di «ladri» dalla folla milanese. Ce lo grideranno, invece, quattro gatti sulle tribune (!) di Busto Arsizio. Pazienza. Il nostro grido sarà sempre più forte. Lo sentiranno tutti, anche le verginelle al piano di sopra.