Pizzini da Palazzo Chigi

Sgradevoli e costosi precedenti, segnati negli annali neri dell’economia italiana, dovrebbero averci ormai disillusi: quando nelle stanze del governo si discetta di politica industriale e se ne tracciano piani più o meno riservati come il segreto di Pulcinella, i cittadini hanno il dovere di allarmarsi, usando una mano per gli scongiuri e l’altra per tenersi stretto il portafogli. «Politica industriale» è termine ambiguo, infatti; dovrebbe indicare lo sforzo per consentire alle energie imprenditoriali del Paese di dispiegarsi al meglio, nel rispetto delle regole e nella salvaguardia degli interessi generali, ma di frequente l’espressione indica un’invasione di campo, l’irrompere dei politici nei pascoli grassi dell’economia, una loro voglia smodata di «supplenza imprenditoriale», in oscure joint-venture di partiti e aziende, di fazioni e banche, di sezioni e fabbriche. Per certi governanti il potere non ha senso se non se ne abusa.
E questi governanti hanno esperti e consiglieri, alchimisti e stregoni finanziari, insonni compilatori di piani e disegni. Ridotta a gestione di retrobottega, la politica industriale castra gli imprenditori veri e ne alleva una sottospecie ibrida, attenta più alla politica che al mercato, pronta sempre a rischiare col denaro di tutti, mai col proprio.
In questo contesto l’affare Telecom non è un accidente imprevedibile, è la prova di una tendenza incontrollabile, di una radicata abitudine alle illecite interferenze. E Romano Prodi è un recidivo specifico. Maurizio Belpietro ha ricordato con indiscutibile forza le prodezze del Professore, le sue privatizzazioni risoltesi in graziose concessioni a imprenditori più o meno finti, ma con disastri veri. Quegli affarucci nascevano appunto da folgoranti visioni di «politica industriale», quelle stesse che hanno consentito all’Iri di fare tanti buchi nella finanza pubblica, buchi dei quali continuiamo a non vedere la fine. C’è nella visione di Prodi della politica e dell’economia un’arroganza di fondo, una superbia luciferina. In questo Paese nessuno ha capito niente, soltanto lui sa guardare lontano; tanti imprenditori si danno da fare, sopravvivono anche alla burocrazia e alle pretese del fisco, ma secondo il Professore manca loro la visione superiore delle armonie ultime: che ne sanno delle finezze, ad esempio, del «capitalismo renano»?. Romano Prodi si atteggia a principe-mercante: è deciso a usare il potere politico per regolare l’economia, ridisegnare vocazioni e comparti. Il suo sistema – quello che si può desumere dal suo curriculum - è l’esaltazione di uno strutturale conflitto d’interessi, una commistione continua e crescente fra politica ed economia, potere ed affari, pubblica remunerazione di privati allineamenti. Interventismo statuale e dirigismo hanno avuto un senso nel passato, quando il potere centrale sentiva di dover evocare una rivoluzione industriale renitente o attenuare gli effetti di un ciclo particolarmente negativo, ma oggi un salto all’indietro è inconcepibile, né lo tollererebbe la nostra collocazione europea ed occidentale.
Sembra che sia tornata l’illusione delle Partecipazioni statali, la torbida miscela che ha reso più labili i confini del pubblico e del privato, la fabbrica del consenso voluta da un Fanfani non completamente affrancato dalle suggestioni dell’economia corporativa.
Prodi non è solo. Oltre ai consiglieri insonni, ha alleati iperattivi che non vedono l’ora di imporre un ritorno al passato e ad esperienze condannate dalla storia. La sinistra radicale auspica un ritorno alla «programmazione industriale», quella sedicente moderata si ripropone di «riformare il capitalismo italiano». Occhio, chissà quanti piani sono già pronti, in attesa di essere inoltrati come «pizzini» della nuova economia.