Con Placido e Bosetti ministri Servillo sarà «Il divo» Andreotti

Paolo Sorrentino darà il primo ciak in giugno al film che racconta pubblico e privato del senatore, dagli anni di piombo al processo per mafia

da Roma

Nell'incipit, ambientato negli anni di piombo, lo vedremo uscire di casa poco dopo l'alba, protetto dalla nutrita scorta, per la consueta messa. Niente sembra turbarlo, neanche la certezza di essere nel mirino delle Br. Solo una bella signora, mattiniera come lui, scuote il suo sguardo: la donna adulterina, sbandata, forse dissoluta, sta diventando una presenza amica, cerca aiuto nel suo opposto per risolvere il dilemma morale.
Sarà un Andreotti visto da vicino, anche nel privato familiare o nelle fragilità della salute, distante dall'imitazione che ne fa Oreste Lionello al Bagaglino o dalle antiche caricature di Gal sull’Unità. Ma anche un «divo Giulio» osservato con un assoluto distacco morale risolto stilisticamente, come Paolo Sorrentino ama fare nei suoi film eleganti e ambigui, dove pure i più fetenti, siano essi riciclatori di denaro sporco o usurai lascivi, giganteggiano su una certa mediocrità piccolo borghese. La notizia, anticipata dalla Repubblica, è che il regista di Le conseguenze dell'amore sta per girare un film su Andreotti, con nomi e cognomi, calato nei giorni neri del senatore, quelli dei lunghi processi e dei sospetti infamanti. Tuttavia non sarà un film politico in senso classico, la denuncia di una certa pratica democristiana del potere, un'indagine sulle trame mafiose o presunte tali. Il trentaseienne regista partenopeo punta più in alto: vede Andreotti come incarnazione metafisica della politica, un enigma insinuante da opporre a convinzioni e pregiudizi ancora diffusi.
«Il divo» - così si chiamerà il film - è un titolo perfetto: sfuggente e preciso al contempo, ben si addice alla vicenda del parlamentare più longevo della Repubblica (e pensare che lui confessò di aver votato monarchia al referendum). Uomo colto, perfino erudito, dalla battuta sibilante, Andreotti ha conosciuto l'ebbrezza del governante e l'onta del processato. Al cinema l'abbiamo sempre visto, con l'eccezione del «Tassinaro», come emblema di un potere malefico e rassicurate, tra Belzebù e Madre Teresa di Calcutta. Sarà curioso, quindi, scoprirlo attraverso l'occhio di Sorrentino e il corpo, appena ritoccato nel trucco e nelle postura, di Toni Servillo. Nel cast figurano Anna Bonaiuto (la moglie Livia), Piera Degli Esposti (la signora Enea, fedele segretaria), Giulio Bosetti (Cossiga), Michele Placido (Evangelisti), Paolo Graziosi (Moro) e molti altri. Costo: 4 milioni e 200 mila di euro; producono Indigo Film, Lucky Red, Parco Film più la francese Babe Films; primo ciak a metà giugno.
Ha anticipato il regista: «Il film sistemizza i fatti, muovendosi lungo canali di imparzialità oggettiva. Non mi interessa prendere posizione, tocca allo spettatore risolvere, se ci riesce, l'enigma andreottiano». La sceneggiatura, naturalmente top secret, ha messo d'accordo tutti. «È una delle cose più belle che abbia mai letto. Ai livelli dei migliori Rosi o Petri, ma con un'ironia feroce e sublime insieme», si sbilancia Placido. Non una biografia, sarebbe impossibile, ma un racconto concentrato nel tempo, con un prologo negli anni terribili del sequestro Moro e il cuore sul processo di Palermo, dopo sconfitte, sospetti, malattie. Insomma, caduta e risalita di un «divo», non solo della politica, con l'idea di rovesciare qualche luogo comune sull'imperturbabilità andreottiana, su quel famoso mix di pudore e cinismo. Ecco, allora, il rapporto franco e intenso, punteggiato dall'ironia, con la moglie Livia, appena scosso, nel momento più arduo, quando piovono le accuse di omicidio e associazione mafiosa, da un impercettibile disagio di donna. E ancora, evocato dalla testimonianza del "pentito" Balduccio Di Maggio, il famigerato bacio col boss Riina a casa di Ignazio Salvo; la difesa in tribunale, quel suo argomentare tranquillo, dignitoso, sempre puntiglioso; le terribili emicranie che lo tormentano, un dolore penetrante, continuo, nel quale forse si riverbera il dolore per la fine di Moro, per ciò che non fu possibile o non si volle fare; gli incontri e gli scontri con i compagni di partito Evangelisti, Pomicino, Lima; la frugalità estrema dell'esistenza, l'invito costante a risparmiare nel timore di spendere troppo in bollette e avvocati; la dedizione a cause strane, secondarie, inattese; l'enorme lavoro della sua segreteria cartacea che macina contatti, raccomandazioni, favori, messaggi; soprattutto la scena in sottofinale nella quale Andreotti, a conclusione di un dialogo tutto storico/politico con Cossiga, muta espressione e confessa all'amico: «Te la ricordi la sorella di Vittorio Gassman? Io sono stato innamorato di lei».
C'è chi suggerisce una totale coincidenza tra narratore e narrato, come se Sorrentino, studiato «il divo» nel corso di due incontri domenicali, si fosse totalmente calato nel suo mondo, fatto di gentile indifferenza ma anche di coriacea resistenza, impossessandosi di frammenti privati che forse susciteranno qualche ansia nell'interessato. Non per niente Andreotti dichiara di nulla sapere del progetto: «Non ho mai incontrato questa persona, altrimenti l'avrei aiutata con il soggetto. Ma spero che questo film non si faccia, perché sarebbe una commemorazione da vivo… ». Replica Sorrentino: «Fanno fede le parole del senatore, che magari forse non ricorda bene». Che entrambi, andreottianamente, stiano sconfinando in Borges?