Placido: farò un film sul mio Sessantotto da celerino a ribelle

Il regista: racconterò la rivolta giovanile. Forse con Scamarcio

da Roma

«C’è Sessantotto e Sessantotto, quello di Bertolucci e quello di Pasolini. Io conosco il mio. E voglio raccontarlo. Non sarà un giochetto che mitizza la figura del Che o rievoca i circoli intellettuali cari a Maselli». Michele Placido ha deciso: girerà Cari compagni, commedia corale su quel periodo tumultuoso e sbandato, esaltante e un po’ fesso. Presentandosi in baffi bianchi, cappello di feltro a larghe falde e giaccone campagnolo di tweed a un’iniziativa del Centro sperimentale, non si fa pregare: «Sarà un film esplicitamente politico, per dire com’eravamo, cosa pensavamo, perché ci ribellavamo». Fin qui niente di nuovo. La curiosità sta nel punto di vista, squisitamente autobiografico. Diciannovenne, sul finire del 1967, Placido si trasferì a Roma dalle natìe Puglie per fare il poliziotto nella caserma di Castro Pretorio. Un «celerino», subito impiegato per fronteggiare i giovani contestatori. «Ricordo bene gli insulti degli studenti che manifestavano contro la guerra del Vietnam, di fronte all’Ambasciata degli Stati Uniti. Qualcosa si mosse dentro di me. Pochi mesi dopo ero dall’altra parte della barricata, deciso a fare l’attore, pronto a frequentare e occupare l’Accademia d’arte drammatica Silvio d’Amico».
Placido lo conoscete. È un entusiasta un po’ casinista. Reduce da una serie di partecipazioni speciali (Commediasexi, La sconosciuta, Il disco del mondo), ha appena finito di girare un film su Provenzano per la tv e sta per diventare Moro, sempre per il piccolo schermo. Intanto produce l’esordio cinematografico del giovane Tony Trupia, L’uomo giusto, storia amarognola di un amore impossibile tra un anziano e una ragazza dell’Est, ambientata nel quartiere di Tor Bella Monaca. Cari compagni segna anche la nascita di «un nuovo polo produttivo», dove confluiranno le energie di Placido, Pietro Valsecchi, Istituto Luce e forse Universal. L’idea è di girare tra fine anno e inizio 2008, per aver pronto il film nel quarantennale del Sessantotto. Protagonista possibile: Riccardo Scamarcio, il più gettonato (proprio ieri sera i due si sono visti per definire la cosa). «Se poi lui non ci sta, perché ha troppi impegni o non gli piace, vorrà dire che ne troveremo un altro. Però è perfetto nel ruolo di Nicola. Viene dal Sud come me, ha lo sguardo vorace e la voglia di buttarsi che avevo io». Magari dimentica, Placido, che uno Scamarcio sessantottino lo vedremo presto in Mio fratello è figlio unico di Luchetti, in predicato per Cannes. Nell’attesa di definire il cast, l’attore-regista sintetizza così il senso del film, scritto insieme ad Angelo Pasquini e Doriana Leondeff: «C’è chi pensa che il Sessantotto sia solo sesso, droga & rock’n roll. Troppo comodo, facile. Nel ribollire di quell’Utopia assoluta, tanti giovani cominciarono a prendere coscienza di una condizione ingrata. Non si tratta di fare un monumento al Sessantotto, ma di raccontarlo, con partecipazione anche critica, senza negare le degenerazioni degli anni successivi, dentro una vicenda di amori, amicizia, idealismo, cinegiornali e volantini». Si materializzeranno, evocati per nome e cognome o per allusioni, personaggi reali, coi quali Placido, giovane attore ronconiano nell’Orlando furioso, si misurò in quella stagione politica, da Sofri a Ferrara, da Bellocchio a Piovani. Ci sarà pure Scalzone, sembra: stiamo freschi.