PLAYLIST

Prima le audiocassette, oggi iPod e Mp3 Il concetto è sempre lo stesso: mettere insieme brani che teoricamente non c’entrano nulla tra loro, ma che in realtà sono legati da un filo conduttore che cambia da persona a persona Ecco come nasce la colonna sonora della vita di ciascuno di noi

Certo, il rischio è poi quello di esagerare come ha fatto l’ex Iena Fabio Canino: nel suo iPod ha messo solo brani di Raffaella Carrà e arrivederci a tutti gli altri. Oppure di diventare sbadati: sono sempre di più i ragazzi che ascoltano canzoni senza sapere chi le canta. Le scaricano da internet, le consumano, le cancellano e via così. La nuova frontiera della musica è, diciamo, autogestita: ciascuno si può facilmente creare la propria playlist, ossia l’elenco di brani che desidera ascoltare. Tanto mica è difficile: un qualunque iPod ne contiene centinaia, continuamente modificabili al prezzo di un clic e di qualche centesimo (se si rimane in regola con la legge, altrimenti gratis sui peer to peer). D’accordo, anche una volta si poteva raggiungere lo stesso risultato. Le cassette audio, che passione. E che tormento. Bisognava stare lì a cercare il disco da registrare, farselo imprestare, trascorrere in attesa tutta la durata del vinile. Oppure bisognava piantonare le radio sperando che il dj trasmettesse il brano preferito, salvo imprecare se quel maledetto «ci parlava sopra». Tempi andati, ora è questione di un attimo. O, tutt’al più, di qualità della connessione: con la banda larga, un brano si scarica in pochi secondi. Insomma, la liaision sempre più dangereuse tra rock e web ha sconvolto tutti gli equilibri, modificando addirittura il significato delle parole, le fonti di guadagno, i gusti del pubblico. La musica è ormai fai da te e forse aveva ragione Gino Paoli quando dieci anni fa, in un camerino dello Sporting Club di Montecarlo, si lasciò sfuggire la profezia: «Presto alla gente non interesseranno più gli album e noi saremo condannati a ritornare indietro agli anni Sessanta, quando pubblicavamo esclusivamente 45 giri e i 33 erano solo raccolte di brani già noti». D’altronde Sapore di sale o Il cielo in una stanza mica erano in un long playing.
Libertà di scegliere
Senza nemmeno saperlo, i supermanager delle major discografiche, i vari Tommy Mottola o Clive Davis che negli ultimi vent’anni hanno controllato il mercato della musica leggera, sono andati nella direzione pronosticata da Paoli. Quanti brani appena più che dignitosi ci sono nell’ultimo cd campione di vendite di Justin Timberlake? E in quello di Shakira? O di Beyoncé? Due, al massimo tre. Su di loro sono concentrati gli sforzi compositivi, autorali e promozionali. Ed è ovvio che al pubblico meno fanatico convenga «downloadare» solo quelli e dimenticarsi degli altri. Che spesso sono fuffa, come si dice, roba inutile, decorativa.
Da questa linea strategica è partito l’imminente tramonto del cd. E nasce la fortuna dell’iPod, che è il setaccio del pop: trattiene solo quello che ti piace, il resto se ne va, con un turn over continuo e privo di responsabilità. Per intenderci, nel 1973 l’acquisto del 33 giri Selling England by the pound dei Genesis imponeva almeno un ascolto prolungato e attento (vuoi per dare un senso alla spesa appena effettuata, vuoi perché i dischi in giro erano pochi). Ora per i nuovi cd è il contrario: download, ascolto rapido e poi, se vuoi, premi il tasto «cancella». Questo spiega perché le mode (tutte, anche quelle musicali) ormai hanno flussi trimestrali. Con la sua Malo, la spagnola Bebe è stata la cantante più scaricata dal web nella scorsa estate. Ma oggi nessuno se la ricorda più e con tutta probabilità la sua prossima canzone passerà inosservata. Potenza della playlist. Che è sempre stata la chiave di volta della musica, lo strumento per il suo successo commerciale e di pubblico. Una volta era «coatta», nel senso che veniva imposta dall’alto. Erano le radio a stabilirla, imponendo o almeno indirizzando i gusti del pubblico. Per fare un esempio, negli scorsi mesi il brano Hips don’t lie di Shakira è stato trasmesso in media circa diecimila volte alla settimana dalle radio americane. Impossibile resistere. E infatti negli anni Cinquanta proprio negli States esplose lo scandalo «payola», un enorme giro di mazzette tra case discografiche e deejay radiofonici (tra questi anche Alan Freed, uno dei primi supporter del rock). Allora si pagava per far trasmettere il brano e quindi far crescere le vendite del disco. Ma ora? Ora molto meno.
La teoria di Hornby
Ora forse ha ragione Nick Hornby quando dice che i gusti della gente si dividono in due categorie: quelli che Bob Dylan comunque lo faceva meglio e poi tutti gli altri. E sono questi ultimi, curiosi e sensibili alle novità, gli autori delle nuove playlist autogestite: i loro archivi sono a geometria variabile, in continua mutazione. Entra una canzone, ne esce un’altra e così via, con uno sconvolgimento dei tradizionali piani di ascolto: quello in larghezza e quello in profondità. Il crossover, cioè la mescolanza, ha abbattuto le tradizionali barriere e nell’iPod ci stanno senza imbarazzi l’ultimo rap in classifica di fianco a Stairway to heaven dei Led Zeppelin o a Only you dei Platters. La nuova generazione di ascoltatori cresce così, senza vincoli, senza generi, senza barriere. Ognuno ha una classifica di gradimento e ogni classifica è diversa. Luca Sofri, che è il Nick Hornby italiano, nella sua comprime ben «2556 canzoni di cui non potete fare a meno» (ma perché dimenticare i Black Sabbath? E i Van Halen?). Nel libro edito da Rizzoli, Playlist - La musica è cambiata, spiega i perché e i percome di ciascun brano, con l’interminabile serie di ricordi, emozioni, impressioni che poi sono il collante più forte per conservare una melodia nella memoria (in quella dell’animo, non del computer). Ma, appunto, che cosa resterà nella nostra memoria? Il turn over, quella rapidità asfissiante e ansiogena con cui si ascoltano e si cancellano i brani impedisce qualsiasi fidelizzazione. Nessuno si affeziona, nessuno lega più i momenti belli o brutti della sua vita a una canzone. La musica non è più la colonna sonora della vita ma il suo sottofondo. Come prevedeva Brian Eno, produttore degli U2, il pop è diventato «roba da ascensori o da aeroporti». E al grido di playlist libera, la nuova generazione crescerà con la bellissima possibilità di crearsi un gusto musicale a propria immagine e somiglianza. È la prima volta nella storia ma, probabilmente, sarà anche l’ultima: ciascuno potrà scegliere le sue canzoni ma forse non avrà più voglia di farlo. La musica è cambiata e sta a vedere che quella prima era meglio.