Il pm: «Basta stampare, così salviamo l’Amazzonia»

MilanoCarta. Tanta carta. Milioni e milioni di fogli. Tonnellate di carta. Nell’epoca del computer, la giustizia viaggia ancora sulla vecchia cellulosa, con buona pace delle foreste amazzoniche, canadesi, slovene e svedesi. I progetti di informatizzazione ci sono, ma si scontrano con rigidità mentali e normative. Così ieri la Procura di Milano cerca di varare una piccola, semplice riforma che potrebbe tamponare uno dei tanti rivoli di questo gigantesco spreco. Neanche il rimedio ha niente di elettronico: si tratta solo di scrivere due paroline su una copertina. Ma l’importante è cominciare.
A lanciare la campagna giudiziario-ecologista è il procuratore aggiunto Edmondo Bruti Liberati, in gara per diventare il nuovo capo della Procura milanese, con una circolare singolarmente semiseria nei toni. Nella mail inviata a tutti i sostituti, Bruti scrive: «Mi capita come “aggiunto” di vistare mostruosi pacchi di richieste di archiviazione per procedimenti iscritti a carico di ignoti per assegni a vuoto (articoli 485 e 491 del codice penale). La richiesta di archiviazione è elegantemente formulata in un foglio apposito inserito nel fascicolo. Il gesto di aprire a uno a uno i fascicoli e apporre il mio visto sul foglio inserito nel fascicolo mi obbliga a una ginnastica molto salutare per le mani e gli arti superiori, ma...». Appunto, ma. Di qui quella che definisce una «modesta proposta». Si chiede il procuratore: «E se invece usassimo il riquadro prestampato sulla parte sinistra in basso delle copertine dei fascicoli “Ignoti”, aggiungendo a mano “no querela” (otto caratteri) o, per essere più eleganti, “manca querela” (undici caratteri)?».
«Molto inelegante di sicuro - ironizza Bruti Liberati - ma quanta carta, energia elettrica, inchiostri risparmiati! Sarebbe come adottare a distanza un piccolo pezzo di foresta amazzonica. Per la mia ginnastica posso in alternativa sollevare cento volte al giorno un codice commentato. Che ne dite»? L’invito è stato inoltrato da Bruti Liberati per conoscenza anche al vicecapo dei giudici preliminari, il suo vecchio amico (nonché collega di corrente, in Magistratura Democratica di cui sono entrambi soci fondatori) Claudio Casteolli: «che è noto per il suo rigoroso e pignolo formalismo, ma anche per la sua sensibilità ecologica».
Battute a parte, il tema dell’inguaribile passione della giustizia italiana per la carta è da tempo all’attenzione dei vertici degli uffici giudiziari. Sono in corso una serie di progetti di informatizzazione delle procedure, ma si scontrano con resistenze di ogni genere. A Milano, per esempio, una serie di notifiche nel campo della giustizia civile d’ora in avanti avverranno solo tramite posta elettronica certificata. Mentre invece le notifiche agli avvocati penalisti continuano ad avvenire come cinquant’anni fa, con un documento cartaceo che viene consegnato manualmente nello studio del penalista.
Ancora più surreale quanto avviene per le ordinanze di custodia e le sentenze. Sia le sentenze che le ordinanze vengono scritte - ovviamente - ormai tutte al computer, ma devono poi venire stampate perché il deposito elettronico della sentenza o dell’ordinanza non è previsto da alcuna norma del codice di procedura penale. Così vengono stampate migliaia di pagine destinate a venire fotocopiate per ognuno degli arrestandi o dei condannati. Salvo poi venire scannerizzate e ritornare così allo stato originario. Certo, in questo modo viene fornito lavoro ai produttori di fotocopiatrici, ai fornitori di carta e di toner, eccetera eccetera. Ma all’Amazzonia chi ci pensa?