Il pm brianzolo distrutto dalla Sicilia Travolto dai veleni, ora si autoaccusa

C’era una volta un brianzolo con le spalle larghe e i baffoni neri che faceva il magistrato. Gli dissero che c’era bisogno di lui in Sicilia e partì. Sono passati 17 anni. I baffoni sono diventati bianchi e lui si è infilato in un guaio. Al casello di Barcellona Pozzo di Gotto, sull’autostrada Messina-Palermo, tira un libeccio che sa di inverno. Il pm Olindo Canali ha freddo. «Andiamo in macchina», dice. Ma dopo essere salito dice soltanto: «Io non posso spiegare niente, perché qualunque cosa dicessi verrebbe usata contro di me». Siccome Canali non parla, per capire cosa stia succedendo bisogna raccogliere altri pezzi di questa storia. Venti giorni fa nell’aula di un maxiprocesso per mafia è saltata fuori una lettera anonima, così l’hanno chiamata tutti. L’ha scritta Olindo Canali. La lettera dice che un’inchiesta fatta proprio da Canali ha mandato probabilmente in cella due innocenti. Non era un’inchiesta da nulla: quella sulla morte di Beppe Alfano, professore e giornalista, ammazzato a Barcellona la vigilia dell’Epifania del 1993. Un presunto mandante e un presunto esecutore sono in cella, condannati con sentenza definitiva. «Probabilmente non sono stati loro», dice la lettera. Adesso i condannati vogliono che si rifaccia il processo. E intanto sottoinchiesta disciplinare è finito Canali. IlCsm- su fulminea richiesta di consiglieri laici e togati, di ultrasinistra, di sinistra e di centro - si prepara a fucilare ilpm.Che è matto.Ocolluso. O tutte e due le cose insieme. La lettera - (clicca qui per vederla: pagina1, pagina2, pagina3) - non è affatto una lettera anonima. Non c’è in fondo la firma di Canalima è come se ci fosse. Più che una lettera è un testamento: sono le ultime volontà di un magistrato convinto di essere sul punto di finire in prigione. E che affida ad un amico le sue ultime volontà: «Le farò sapere cosa deve farne»,disse. Poi qualcuno ha fatto arrivare la carta nei corridoi del tribunale. Adesso la spiegazione più semplice è: Canali è impazzito.Ma sa quando tutto questo è iniziato. Da anni su Olindo Canali viene lanciata l’accusa più grave e infamante, dal coro compatto e alacre di quelli che Sciascia chiamava «i professionisti dell’Antimafia».Lo accusano di essersi accontentato dei manovali, di avere coperto i veri responsabili, il terzo livello,i mandanti occulti,i politici dell’omicidio Alfano. Canali e Beppe Alfano erano amici. Alfano accompagnava il pm venuto dalla Brianza nei meandri delle cose di Sicilia. Quando Alfano fu ammazzato,Canali puntò sui colletti bianchi: l’Aias, l’associazione nata per assistere gli spastici siciliani e trasformata in una holding del malaffare, di cui Alfano gli raccontava le nefandezze.Ma le prove che servivano per portare gli uomini dell’Aias in giudizio non si trovarono. Si trovarono, invece, grazie a un «pentito», gli indizi per incastrare Gullotti, capomafia di Barcellona. Trent’anni. Quando la Cassazione confermò le condanne, Canali esultò. Credeva che fosse la sua vittoria. Era l’inizio della fine. Ai duri e puri quelle condanne non bastavano: «Canali è stato mandato a Barcellona per coprire il terzo livello», gli dicevano. In prima fila, ad accusarlo, la figlia dell’ammazzato: Sonia Alfano, legata all’Italia dei Valori. Il suo leader, Antonio Di Pietro, raccoglieva e rafforzava le accuse. Altre voci si aggiungono. E siccome non basta attaccare Canali, si calunnia anche uno che non si può difendere: Francesco Di Maggio, per anni pm a Milano, morto da tempo. È stato Di Maggio,dicevano,a mandare Canali in Sicilia a insabbiare tutto.E qui c’è una coincidenza strana. Perché non è la prima volta che la figura di Di Maggio è infangata. Accadde molti anni fa, durante le indagini sull’Autoparco di via Salomone,aMilano,dove uomini della mafia e delle istituzioni facevano indisturbati i loro comodi. Quandosi videro incastrati, iniziarono a spargere veleni, e tirarono in ballo Di Maggio. Ebbene: il boss dell’Autoparco era, secondo la sentenza di primo grado,proprio un signore di Barcellona Pozzo di Gotto, Rosario Cattafi, ex ordinovista. Fu assolto in Cassazione, e oggi fa l’avvocato. È nelle sue mani, raccontano, che compare per la prima volta il testamento di Olindo Canali, spacciato in Corte d’assise per lettera anonima. È come se i veleni milanesi di 16anni faequelli siciliani di oggi si convogliassero su un unico bersaglio.Nella lettera, Canali dice di sentirsi sotto il tiro anche dei Ds. Ma in prima fila ci sono Antonio Di Pietro e l’Italia dei Valori. Un magistrato siciliano, forse, riuscirebbe a cavarsela: ma Canali è un brianzolo. Prepara una valigia con gli indumenti per il carcere, e a ogni cambio di stagione cambia i vestiti. Chiede di essere relegato tra i monti, a Mistretta, la Procura più piccola d’Italia. Poi ci ripensa. Non fa l’unica cosa che avrebbe senso fare, tornare al Nord, perché la Sicilia l’ha inghiottito. Alla fine, si convince davvero che forse il suo processo era tutto sbagliato. E lo mette nero su bianco, nel testamento. Sono le otto di sera,e su BarcellonaPozzo di Gotto il vento di libeccio tira forte come quello dei veleni. C’è una sola domanda cui Canali risponde. Cosa direbbe ai giovani magistrati, quelli cui il ministro chiede di scendere qui in Sicilia, in prima linea? «Gli direi di non venire».