Il pm che indaga Prodi: "Vogliono fermarmi"

La denuncia del sostituto procuratore che ha aperto un’indagine sulla lobby affaristica in Calabria. Quelle telefonate sospette tra Pozzi (Anas), Fassino e il Folena. Lo sfogo di De Magistris: "Ho toccato livelli molto alti ma adesso le istituzioni mi hanno abbandonato"

Milano - «Se vogliono liberarsi di me, dovranno cacciarmi». Il sostituto procuratore di Catanzaro Luigi de Magistris non ci sta a passare per vittima sacrificale, dopo l’ennesimo polverone sollevato con l’inchiesta «Why not» sulla presunta loggia massonica coperta di San Marino, che coinvolge il presidente del Consiglio Romano Prodi e il ministro della Giustizia, Clemente Mastella.

Nei giorni scorsi il magistrato si è sfogato con alcuni cronisti locali a Reggio Calabria, e poi ancora ieri al Gr3. Raggiunto telefonicamente dal Giornale, de Magistris conferma tutta la sua amarezza: «Dal punto di vista istituzionale vivo un momento di grande solitudine che è molto grave». L’isolamento «in questo momento non si può superare - accusa - perché non ci sono le condizioni, visto che è stato toccato un livello molto alto. Ma io non ho paura. Più vengo attaccato, più capisco che sto facendo bene».

Ma intorno a de Magistris è stata fatta terra bruciata, anche in Procura. «Ho chiesto più volte di poter essere affiancato da un collega - si lamenta il pm - a Palermo si lavora in pool, a Reggio Calabria anche. Credo che sia una prassi consolidata in magistratura. Anche perché penso che non si debba lasciare solo un pm che fa indagini così delicate. Ma a me, inspiegabilmente, non vogliono fare avvicinare nessuno. Anzi, mi accusano per convincere il Csm ad allontanarmi per incompatiblità ambientale». Se le mie inchieste «fossero delle bufale», ammette, non si spiegherebbe «tanta inusuale aggressività nei miei confronti. Ma io non ho intenzione di lasciare Catanzaro. Se vogliono sbarazzarsi di me, dovranno cacciarmi».

Nel mirino di de Magistris, anche se lui non si sbottona, c’è la magistratura, con la sua irrisolta «questione morale». I suoi rapporti con il procuratore capo di Catanzaro, Mariano Lombardi, sono pessimi, dopo che nei mesi scorsi gli è stata tolta l’inchiesta «Poseidone» sulla depurazione delle acque in Calabria. Un casus belli che ha anche portato a un’audizione dei due magistrati davanti al Csm e che ha costretto Mastella a inviare gli ispettori a Catanzaro.
Quanto alle indiscrezioni rivelate ieri dal Corriere della Sera, riguardo possibili intercettazioni telefoniche illegali tra il presidente dell’Anas, Vincenzo Pozzi, il segretario dei Ds Piero Fassino e l’esponente di Rifondazione Pietro Folena su possibili «cose da sistemare», de Magistris si trincera dietro il riserbo, confermando però indirettamente che quelle conversazioni esistono e che i brogliacci sequestrati a casa dell’ex consigliere d’amministrazione dell’Anas, Giovanbattista Papello. fanno parte dell’inchiesta. «Quello che posso escludere è che quelle intercettazioni siano state disposte da me».

Le conversazioni che scottano, invece, sono quelle inserite nell’inchiesta «Why not». Intorno alla perizia sulla rete di telefonate sospette, nella quale sono rimasti impigliati anche il guardasigilli e il premier, si sta combattendo un’altra battaglia. «Non escludo di chiedere l’acquisizione di alcune schede telefoniche. Valuterò al momento opportuno», dice il pm. Lo stesso Mastella ha cercato di «smontare» la validità della perizia telefonica, curata dall’ex vicequestore Gioacchino Genchi, accusato di aver passato alla stampa il dossier prima che venisse protocollato dalla Procura di Catanzaro. In realtà la copia della perizia messa in rete dal sito Radiocarcere.net (con in chiaro il numero di cellulare di Mastella, ndr) è una riproduzione del fascicolo depositato in tribunale. Con tanto di data sul frontespizio.

Sulla possibile fuga di notizie c’è un indagine aperta, sulla quale de Magistris non si pronuncia. Ma poi ammette: «Qualcuno ha sostenuto che Genchi fosse quasi il pm ombra dell’indagine, ma non è così, anzi». Quella perizia non è che «una parte residuale dell’indagine. Il patrimonio di prove che sorregge l’impianto accusatorio - conclude - è molto più ampio».