Il pm ci ripensa: il prefetto Mori va assolto

Maria Teresa Conti

da Palermo

Il prefetto Mario Mori e il tenente colonnello Sergio De Caprio, meglio noto come capitano Ultimo, vanno assolti dall'accusa di favoreggiamento a Cosa nostra per la mancata perquisizione del covo di Totò Riina. Non perché sono due ufficiali integerrimi, due uomini che, nel 1993, sono riusciti a realizzare l'impossibile, l'arresto appunto di Totò Riina, altro che «aiutanti» della mafia. No, vanno assolti perché, anche se oggettivamente la mancata comunicazione ufficiale della sospensione della sorveglianza del covo finì indirettamente col favorire i mafiosi, non è emersa alcuna prova che questo sia stato fatto volontariamente, e soprattutto con l'intento di aiutare i boss. Quindi, se di favoreggiamento si tratta, si configura solo il favoreggiamento «semplice», reato prescritto tanto più alla luce dei termini previsti dalla cosiddetta legge ex Cirielli.
È questo, in sintesi, il senso della richiesta pronunciata ieri dai Pm Michele Prestipino e Antonio Ingroia di fronte alla Terza sezione penale, a conclusione della requisitoria del processo di primo grado che vede i due eroi del Ros artefici dell'arresto del capo dei capi di Cosa nostra, alla sbarra per favoreggiamento alla mafia. Per l'aggravante di favoreggiamento a Cosa nostra i Pm hanno chiesto l'assoluzione «perché il fatto non sussiste»; assoluzione pure per la cessazione del servizio di sorveglianza e per l'omessa comunicazione ai giudici della cessazione delle attività di sorveglianza sul covo di via Bernini; assoluzione per prescrizione, infine, per il favoreggiamento semplice.
Una requisitoria lunga un giorno quella dei Pm. Un lungo excursus che ha ricostruito le tappe anche giudiziarie di questa vicenda - l'accusa anche in sede preliminare aveva chiesto il proscioglimento, non accolto dal Gip - che, nonostante l'approfondimento dibattimentale, presenta lati che oscuri sono e oscuri resteranno: «Questa vicenda - ha rimarcato il Pm Ingroia - se avesse un colore sarebbe il grigio: il bianco e il nero si confondono perché ci sono stranezze, condotte incomprensibili e talune ombre che hanno minacciato di oscurare un'operazione di polizia così importante che ha portato all'arresto di Riina».
Un lungo excursus, si diceva. In apertura il pm Prestipino ha sottolineato: «Quello che oggi si conclude è un processo particolare, sia per i due imputati rappresentanti delle istituzioni, le cui qualità professionali non sono mai state messe in discussione, sia per le note vicende procedimentali che lo hanno caratterizzato». Quindi, passo dopo passo, tutte le tappe: il gruppo guidato da Ultimo per dare la caccia a Riina, quello storico 15 gennaio del '93, il giorno dell'arresto, la decisione quasi automatica, quella della perquisizione del covo stoppata in extremis, per proseguire l'attività di osservazione. Proprio sulla mancata perquisizione si è soffermato il Pm Ingroia: «Qui non stiamo parlando di una perquisizione qualunque, ma della perquisizione del luogo in cui ha passato la latitanza fino a poche ore prima il più importante dei latitanti, colui che è responsabile delle stragi di Cosa nostra che erano avvenute appena sei mesi prima». Tutti gli atti successivi, secondo l'accusa, si sarebbero svolti nell'equivoco sul prosieguo o meno della sorveglianza del covo. E il resto è storia recente.
«Questa requisitoria e la richiesta finale - ha commentato l'avvocato Pietro Milio, difensore del generale Mori - dimostrano tutto l'imbarazzo dell'accusa che dimostra di essere ritornata indietro persino dispetto all'udienza preliminare. Loro stessi hanno ammesso che in questo processo sulla vicenda sono stati acquisiti ulteriori elementi che rafforzano la tesi difensiva». Lunedì 20 febbraio quella che presumibilmente sarà l'ultima udienza.