Il Pm: «Ci sono prove sufficienti contro Mailat»

Continua a negare di aver aggredito e ucciso Giovanna Reggiani all’uscita della stazione di Tor di Quinto. Ma dice di essere rassegnato a una condanna a 30 anni e per questo si affida a Dio e invoca la giustizia divina.
Romulus Nicolae Mailat, 25 anni, siede per la prima volta davanti ai giudici della Corte d’Assise che dovranno stabilire se è stato lui, la sera del 30 ottobre scorso, a massacrare la Reggiani per portarle via la borsa e ad abbandonarla senza vita in un fossato. Omicidio volontario, violenza sessuale e rapina le accuse contestate al romeno dal pm Bice Barborini, che ieri ha ripercorso in aula le tappe della vicenda che ha portato, per il clamore suscitato, all’approvazione del «pacchetto-sicurezza». Per il pm ci sono prove sufficienti per arrivare alla condanna dell’imputato: il ritrovamento della borsa della vittima nella sua baracca, gli schizzi di sangue sul viso, le accuse di ben tre testimoni e alcune intercettazioni telefoniche.
La testimone principale, Emilia Neamtu, la rom che fermò un autobus per segnalare la presenza di un corpo in una scarpata, sarà ascoltata lunedì, anche se la sua deposizione - in cui racconta di aver visto quella sera Mailat portare in spalla una donna e poi gettarne il cadavere in un fosso - è stata già raccolta nel corso di un incidente probatorio. L’avvocato Pietro Piccinini è convinto invece di riuscire a smontare le accuse e a dimostrare che Mailat si limitò a sottrarre la borsa della Reggiani.
La Corte verificherà la possibilità di portare in aula altri due importanti testimoni: il suocero di Mailat, Dorin Obedea, che sentito in Romania tramite rogatoria internazionale ha ammesso di aver assistito all’aggressione e di aver udito il genero dire «forse l’ho uccisa», e un certo Clopotar che ha parlato di un complice di Mailat.